Jazz Fest, la leggerezza al pianoforte con il duo Barron & Moroni

Un bellissimo concerto ad opera di due grandi musicisti, al pianoforte, che hanno suonato in duo, dialogato, improvvisato a lungo divertendo ed emozionando il pubblico che gremiva la splendida sala del conservatorio.  

Quello di ieri sera al Conservatorio Nicolini di Piacenza è stata la quinta tappa del cartellone principale del Piacenza Jazz Fest 2016. Un bellissimo concerto ad opera di due grandi musicisti, al pianoforte, che hanno suonato in duo, dialogato, improvvisato a lungo divertendo ed emozionando il pubblico che gremiva la splendida sala del conservatorio.  
 
Kenny Barron e Dado Moroni sono, innanzitutto, due grandi interpreti dello strumento. Musicisti con una lunga esperienza in campo jazzistico, che hanno collaborato, da sideman o più spesso da leader, con i più grandi personaggi del genere.

Inutile in questa sede ripercorrerne la poderosa biografia musicale ma è conveniente ricordarne l’esperienza, per sottolineare non solo la qualità del duo ma anche la maturità, la capacità di gestire le situazioni più disparate e in definitiva l’immensa possibilità di dialogo che questo patrimonio offre. 

Bisogna inoltre ricordare che entrambi hanno avuto esperienze di duo al pianoforte, formazione già sperimentata in contesti diversi. Clamorosa quella di Barron con Brad Mehldau a Umbria Jazz nel 1999. Con una setlist, anche in questo caso, decisamente tradizionale, è emersa la fusione di due personalità musicali così diverse, dovuta anche alle differenti formazioni e  alla diversa generazione, creando un interplay vibrante, ricco di passaggi inaspettati e acuti sotto il punto di vista pianistico e musicale. Lo stesso Moroni in compagnia di Antonio Ballista, ha vissuto l’esperienza del duo in maniera molto proficua proprio sfruttando, anche in questo caso, lo squilibrio di personalità e preparazione. Un tipo di performance, insomma, alla quale entrambi arrivano con la piena padronanza delle possibilità offerte dall’occasione, dopo, per altro, una trentennale frequentazione personale e con lo stimolo di verificare il rapporto con un carattere altro con cui stabilire un confronto.
 
Ma, in questo caso specifico, la caratteristica più evidente all’ascolto è stata quella di uno straordinario affiatamento. Sono due musicisti dalla sintonia quasi perfetta, fatta di un legame, per lo meno musicale, ma che si intuisce anche umano, strettissimo e a tratti emozionante. Per quasi tutto il concerto, oltre a lasciarsi rispettivamente liberi di esprimersi ponendo vicendevolmente le condizioni migliori perché questo accadesse, è stato difficile separarne la musica. Sebbene ci fosse, evidente, una differenza espressiva tra i due, era complesso, e in definitiva inutile, dire dove iniziava l’uno e finiva l’altro. I continui rimandi, i giochi fatti di proposte e risposte immediate, di intuizioni comuni armonizzate alla perfezione, anche grazie al magistero tecnico di entrambi, fino ad alcuni momenti in unisono, incredibili se si pensa al fatto che, come deve essere il jazz di questo tipo, l’improvvisazione è gran parte del corpo di questa musica.
 
La seconda caratteristica di assoluta evidenza del concerto di questa sera è la straordinaria e decisamente rara leggerezza. Che non deve essere intesa, come si potrebbe pensare nel modo distorto dalle semplificazioni del secolo passato, come superficialità, come assenza di contenuti. Si tratta proprio della “leggerezza” delle Lezioni americane di Calvino, quella caratteristica dell’espressione che non rinuncia alla profondità di pensiero, alla qualità intellettuale ma che l’affronta con leggiadria, volando sulle cose anziché massacrarle di pensiero, di risposte impegnate. Ma soprattutto che affronta, nonostante tutto sia ben chiaro, anche gli strati più profondi dell’esistenza in maniera sostanzialmente positiva, si potrebbe dire, semplificando terribilmente, divertendosi.

Ed è questa caratteristica di entrambi ma, soprattutto, riconosciuta come peculiare di Kenny Barron che, in ogni occasione, lascia a bocca aperta per la sua facilità di espressione, per la capacità di produrre frasi tecnicamente e musicalmente complicatissime in una versione semplice da ascoltare e in fine incredibilmente piacevole.
 
Il concerto è vissuto di un canovaccio intessuto su standard abbastanza noti che ha dato l’occasione per le lunghe improvvisazioni e il serrato interplay tra i due pianisti. Tra le tante cose proposte è da ricordare la ripetuta frequentazione, bis inclusi, della musica di Thelonious Monk, un passaggio quasi obbligato e di certo fecondissimo per due maestri di questo strumento. Uniche eccezioni due momenti in piano solo. Quella da parte di Dado Moroni dedicata con emozione  al figlio Oscar, un piccolo di appena un anno e mezzo presente in sala dagli occhi sveglissimi e dalla vivacità irrefrenabile. E quella bellissima e struggente di Barron, fatta di frasi semplici e canticchiabili da tenere a lungo nella mente, suonate con una maestria sublime.

Un grande concerto, come sempre, un’occasione che lascerà un segno duraturo nella memoria dei presenti, una ulteriore grande tappa nello straordinario cammino del Piacenza Jazz Fest.     

Fabio Boiardi
 

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.