Perchè il Belgio? Come reagire ora? L’INTERVENTO

Spesso mi capita di venire intervistato, o anche semplicemente succede che mi vengano poste domande da amici, conoscenti, pubblico alle mie conferenze, per giornate come queste

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Perché il Belgio? L’intervento di Davide Tacchini (Università Cattolica del Sacro Cuore)
 
Spesso mi capita di venire intervistato, o anche semplicemente succede che mi vengano poste domande da amici, conoscenti, pubblico alle mie conferenze, per giornate come queste. Giornate che, ahimè, stanno diventando troppo frequenti.

Come ripeto ad ogni incontro pubblico, o quasi in ogni mio scritto, non siamo in guerra, non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà.
Nei piani di questi gruppi terroristi non vi è una volontà determinata di lotta contro la democrazia o contro l’occidente.

Come nella tradizione del pensiero islamico radicale moderno e contemporaneo, obiettivo di questi gruppi, ispirati da Islamic State sono altri musulmani, magari di diverso orientamento, tradizione, cittadinanza.

Altro obiettivo di questi attentati è il reclutamento, ispirazionale, delle cellule in Europa.
Perché però il Belgio? Non certamente perché sede delle istituzioni europee.

Va considerato il fatto che in Belgio è presente una generazione di disillusi, di origine magrebina, spesso con istruzione e cittadinanza belga o francese.
Altrettanto importante è anche la particolare debolezza organica dell’intelligence belga. Perfino i corpi di polizia sono divisi fra fiamminghi e valloni.

Questi attentati di Bruxelles, come quelli di Parigi, sono stati organizzati con tattiche militari molto sofisticate, l’organizzazione delle quali i servizi non hanno saputo prevedere.

Questi attentati, pianificati e pensati con largo anticipo, sono comunque legati all’arresto di Salah Abdeslam. Come, direttamente, è difficile da ricostruire.
Quello che è sicuro è che toni trionfalistici successivi all’arresto sono stati drammaticamente spenti.

Islamic State, che, contrariamente a quanto avvenne il 14 novembre, ha rivendicato immediatamente gli attentati, ha alzato di nuovo l’asticella, per la supremazia fra i musulmani.

L’Europa è il campo di battaglia, ma è allo stesso tempo anche destinatario di un messaggio: non intromettetevi negli affari del mondo musulmano.
Il ruolo della Turchia, in questo intricato quadro geopolitico, è sempre più cruciale. Turchia che è stata obiettivo di una serie di drammatici attentati negli ultimi mesi.

L’Europa, sia come entità, sia i singoli membri ha una grande responsabilità. L’Occidente tutto, in qualità di attore mondiale, ha una altrettanto grande responsabilità, ad esempio, sulla situazione siriana.

Abbiamo permesso e in parte causato la disintegrazione dell’Iraq, abbiamo concesso che la Libia si trovasse in questo momento senza nemmeno un governo con cui dialogare, e abbiamo distrutto la Siria, un paese ormai completamente demolito, che avrà bisogno di molti decenni probabilmente per tornare ad avere una identità, qualunque sia il governo.

Tutta responsabilità dell’occidente dunque? no di certo, tuttavia la politica internazionale nei confronti di alcuni paesi a maggioranza islamica e, al contempo, la difficoltà di “integrazione” di seconde e terze generazioni di immigrati nelle nostre società, hanno creato una condizione sociale esplosiva per un numero elevato di cittadini. Se, infatti, i combattenti sono stimati in non più di 4mila (su oltre 15 milioni di musulmani) in Europa, esiste una radicalizzazione non violenta, altrettanto significativa.
Come reagire dunque?

Non esistono soluzioni di breve periodo. Infatti con un differente approccio alla struttura delle nostre società, attraverso la scuola, l’istruzione, la cultura, unito ad una profonda revisione della politica internazionale il messaggio di Daesh cadrà su di un terreno arido, non fertile.

I servizi di sicurezza, possibilmente coordinati a livello continentale, insieme con qualche intervento mirato in terra straniera potranno sicuramente essere utili nell’arginare l’ondata ormai scatenata, ma solo con strategie lungimiranti si potranno ottenere, in tempi lunghi, risultati stabili e duraturi.

Davide Tacchini,
Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

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