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La nostra vita dopo Chernobyl, l’emergenza nel ricordo di Sandro Fabbri foto

Trent'anni fa l'incidente alla centrale nucleare sovietica di Chernobyl. Il 26 aprile del 1986 è una data spartiacque della nostra storia recente, quella collettiva e quella personale, perchè il più grave disastro nucleare mai avvenuto, ha segnato la vita di tutti noi

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Trent’anni fa l’incidente alla centrale nucleare sovietica di Chernobyl. Il 26 aprile del 1986 è una data spartiacque della nostra storia recente, quella collettiva e quella personale, perchè il più grave disastro nucleare mai avvenuto, ha segnato la vita di tutti noi. 

Nel 1986 eravamo in piena guerra fredda e l’energia atomica si caricava ancora di quel significato così fortemente ambivalente: da un lato lo spettro dell’autodistruzione, se legata alle micidiali armi a disposizione delle superpotenze, dall’altro, un orizzonte di sviluppo illimitato perchè fondato su una fonte pressochè inesauribile. 

Piacenza, con la centrale nucleare di Caorso, allora in pieno funzionamento, l’impianto atomico più recente e più moderno d’Italia, si trovava al centro di questa seconda prospettiva. Ma il nostro territorio fu anche in prima linea nel gestire l’emergenza transnazionale che seguì alla tragedia di Chernobyl, perchè eravano una delle poche realtà in Italia dotate di un laboratorio di radioprotezione. Il responsabile di quel presidio era Sandro Fabbri, che da pochi anni ha lasciato la direzione dell’Arpa. 

A lui abbiamo chiesto – anche attraverso materiale d’epoca e i suoi ricordi – di raccontarci come è cambiata la nostra vita dopo Chernobyl

“L’incidente alla Centrale di Chernobyl ha lasciato in tutte le persone – afferma Sandro Fabbri – un’accresciuta paura del nucleare unitamente alla tristezza nel vedere, ancora oggi, quelle zone deserte, senza vita e senza  che le persone che ci abitavano possano avere una qualche prospettiva di tornare li a vivere e coltivare la loro terra.

Ha aperto un filone di solidarietà, che varie associazioni hanno avviato negli anni, verso i bambini della Bielorussia colpiti dall’incidente che trovano in Italia e a Piacenza un miglioramento, seppur di breve durata, al loro vivere in condizioni difficili.

Dopo l’incidente di Chernobyl l’Italia è uscita, nel 1987, dal nucleare lasciando però gli impianti in decommissioning, senza che sia stato realizzato il deposito nazionale dove conferire i rifiuti radioattivi.

Il lavoro svolto dal Laboratorio di radioprotezione del PMP di Piacenza evidenziò la necessità che ogni Regione si dotasse di analoga struttura. L’esperienza piacentina fu di fatto propedeutica alla realizzazione di analoghi laboratori in ogni Regione finanziati dal Ministero della Sanità”.

Quei giorni in Emilia-Romagna, i primi controlli – Il testo è tratto dalla rivista di Arpa Emilia Romagna a cura di Daniela Raffaelli

All’epoca dell’incidente di Cernobyl la struttura diretta da Sandro Fabbri era tra le poche in Italia in grado di fronteggiare l’emergenza radioattività. Il Servizio Radioattività ambientale costituito presso l’allora Presidio multizonale di prevenzione (Pmp) è oggi una parte importante di Arpa Emilia-Romagna, in particolare della Sezione provinciale di Piacenza di cui Sandro Fabbri è stato direttore.

Nell’intervista la cronaca di quei giorni 

Nell’aprile del 1986 al Pmp di Piacenza un giorno è iniziato come tanti, senza “nulla da segnalare” sul fronte della radioattività ambientale, e si è concluso con lo spettro di una contaminazione planetaria a causa dell’incidente nucleare di Cernobyl Come ricorda quel giorno? 

Sandro Fabbri In effetti il 29 aprile del 1986 presso il Servizio di III livello in materia di radioprotezione del Pmp di Pia-cenza si stavano eseguendo secondo i programmi concordati i controlli sulla presenza di sostanze radioat-tive in campioni prelevati attorno alla Centrale nucleare di Caorso e a livello regionale. Le notizie circa un incidente a una centrale nucleare dell’Unione sovietica destarono la mia attenzione, ma sinceramente pensavo che la distanza fosse taie da scongiurare ogni possibile contaminazione ambientale in Italia.

Decidemmo comunque di attivare, anche in via preventiva, campioni aggiuntivi di particolato atmosfe-rico. L’arrivo d’informazioni sempre più precise sull’incidente indicava la possibilità che, secondo stime modellistiche, i rilasci radioattivi prodotti dall’incidente alla Centrale di Cernobyl potessero arrivare in Italia il 1′ maggio. Questa possibilità mi fece capire che in quella centrale era successo qualcosa di veramente grave perché l’incidente, anche severo quale un LOCA, preso alla base dei piano di emergenza alla centrare di Caorso aveva effetti significativi entro un raggio di poche decine di chilometri.

Nel frattempo cominciammo anche ad avere i primi esiti dell’analisi di radioattività e fu con grande stupore che già il 29 aprile rilevammo la presenza di parecchie sostanze radioattive non evidenziate nei controlli precedenti. Informammo immediatamente la Regione concordando un piano di monitoraggio straordinario da sviluppare su tutto il, territorio regionale. Un’emergenza del genere deve aver richiesto uno sforzo organizzativo immediato molto impegnativo.

Com’è  cambiato il modo il lavorare? Com’è stata la /riposta degli operatori coinvolti?

Essere chiamati come unico laboratorio regionale a eseguire misure di radioattività per l’intera Regione è stato indubbiamente molto impegnativo. L’esigenza di conoscere i livelli di radioattività nell’aria, nell’acqua, negli alimenti ecc. e le valutazioni dei rischi per la salute da parte delle istituzioni e dei cittadini hanno prodotto, soprattutto nella prima fase dell’emergenza, una forte pressione sulla nostra struttura che, con le poche unità in servizio (4 operatori esperti in radioprotezione), ha dovuto moltiplicare gli impegni lavorativi: in quei giorni si lavorava a turni sulle 24 ore.

ll grande senso di responsabilità e la totale disponibilità degli operatori —unita alla convinzione che stavamo facendo qualcosa di molto importante —ci hanno dato la spinta giusta per superare le mille difficoltà incontrate e gli innumerevoli pro-blemi che per la prima volta, improvvisi, si presentavano. 

Quali conseguenze ambientali ha determinato in Emilia-Romagna l’incidente? E’ rimasta un’impronta ambientale di quell’evento? Per quanto tempo resteranno le tracce di Cernobyl sul nostro territorio?

L’incidente di Cernobyl ha avuto conseguenze in Emilia Romagna in due distinte fasi. La prima, legata al passaggio sul nostro territorio della nube radioattiva, durante la quale i rischi ambientali e sanitari principali furono: inalazione diretta di sostanze radioattive (di Iodio 131 in particolare) e esposizione al suolo con contaminazione dei vegetali e successivo trasferimento di Iodio 131 al latte. La contaminazione nella nostra Regione è stata sostanzialmente omogenea con alcune differenze in aree in cui la pioggia, nei giorni di transito della nube, è stata più intensa. La seconda fase dell’emergenza, successiva al transito della nube, è stata caratterizzata dal trasferimento dei radionuclidi a vita media più lunga ai principali prodotti alimentari.

I radionuclidi più significativi, in questa fase, sono stati il Cesio 137 e il Cesio134 e le matrici più direttamente interessate furono le carni, la pasta, il latte in polvere, i funghi ecc. I controlli eseguiti negli anni successivi, nell’ambito della rete regionale di monitoraggio della radioattività ambientale, hanno evidenziato una progressiva diminuzione dei livelli di radioattività. 

Sulla base di quell’esperienza, quali criticità e quali aspetti positivi ha riscontrato nella capacità di reazione di un sistema nazionale del controllo della radioattività ambientale?

Prima dell’incidente di Cernobyl, le strutture che a livello nazionale effettuavano con regolarità e continuità misure di radioattività ambientale erano i laboratori degli enti gestori gli impianti (Enel, Enea, Ispra ecc.) e il Pmp di Piacenza. Successivamente si attivarono in modo autonomo molti laboratori di enti di ricerca, università e aziende private. La limitatezza di strutture operative, soprattutto nella prima fase, ha rappresentato un forte elemento di criticità: nei primi giorni dell’incidente la necessità di avere dati, informazioni, valutazioni, misure radiometriche fu veramente alta.

Per contro, proprio l’esperienza del Pmp di Piacenza (allora alle dipendenze dell’Usl 2) convinse le autorità nazionali a finanziare la costruzione di una rete pubblica di laboratori regionali dentro ai Pmp che fu poi trasferita alle Agenzie per l’ambiente e costituisce tuttora la rete nazionale di rilevamento della radioattività ambientale. Un secondo elemento di criticità fu rappresentato dall’informazione alla popolazione e il reale coordinamento a livello nazionale degli interventi.

Tutto il sistema si trovò impreparato a gestire i rapporti con  l’opinione pubblica e a risolvere le numerose implicazioni operative che un incidente nucleare, terminata la fase acuta di rilascio, lascia sul territorio (post emergenza). Un aspetto positivo della nostra faticosa esperienza fu la valorizzazione della nostra struttura e delle competenze professionali presenti al Pmp di Piacenza con riconoscimenti pubblici a livello nazionale. 

Quell’esperienza ha cambiato il suo pensiero su alcune questioni come il ricorso al nucleare civile per gli usi energetici?

Il problema energetico è questione strategica per un paese come l’Italia. In quei tempi la forte dipendenza dal petrolio rese necessario il ricorso al nucleare con la realizzazioni di pochi impianti a tecnologia occidentale (I3 VR o PWR). Era convinzione diffusa che una centrale nucleare non potesse esplodere e che i livelli di sicurezza impiantistica adottati scongiurassero incidenti con grandi rilasci di radioattività.

Dopo l’incidente le certezze sulla sicurezza quasi assoluta della centrali nucleari è venuta meno, seppur con la consapevolezza che gli impianti italiani erano diversi da quello di Cernobyl. Se a ciò si aggiunge il problema della gestione dei rifiuti radioattivi con scelte incerte sul riprocessamento del combustibile e la mancata individuazione del deposito nazionale si capisce come oggi il nucleare sia in secondo piano rispetto ad altre opzioni energetiche. 

A cura di Daniela Raffaelli Redazione ArpaRivista 

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