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Economix: Germania batte Italia 2 a 1

Quando incontro clienti e colleghi che vivono all’estero, sento racconti che sembrano provenire da mondi lontani. Una volta un amico, che vive metà del suo tempo in Germania, mi disse: “vuoi che ti spieghi cos’è la Germania in poche parole?

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Germania – Italia: 2 a 1
 

Quando incontro clienti e colleghi che vivono all’estero, sento racconti che sembrano provenire da mondi lontani. Una volta un amico, che vive metà del suo tempo in Germania, mi disse: “vuoi che ti spieghi cos’è la Germania in poche parole? Semplice: l’altro giorno, in un parcheggio, un tale durante una manovra ha inavvertitamente urtato un auto parcheggiata; è sceso, ha verificato il danno, ed ha lasciato un biglietto sul parabrezza del malcapitato con nome, cognome e numero di telefono. Un caso? No, là le cose funzionano così. Poi è ovvio che ci sono anche gli stronzi”.

A mia moglie è accaduta la stessa identica cosa. Un anziano, alla guida di un SUV delle dimensioni di un carrarmato, l’ha urtata mentre stava apprestandosi ad uscire dal parcheggio dell’ufficio. Alle rimostranze di mia moglie, il tale, ha avuto la faccia tosta di negare l’accaduto.

Esterofilia?

Di racconti di questo tipo ne sento tanti. Insomma chi vive o lavora all’estero è contento, per un semplice motivo, perché gli viene data la possibilità di costruirsi un possibile futuro. Qualcuno ha avuto anche l’ardire di definirmi esterofilo: “una esagerata simpatia o preferenza per tutto ciò che si fa o si pensa all’estero, o che da questo proviene” (così cita il Devoto – Oli).

Decantare le grandezze dei nostri vicini di casa, quali francesi, tedeschi, svizzeri ed altri ancora, e lamentarsi invece di ciò che avviene nel nostro amato Paese, sembra ormai diventato uno sport nazionale, al pari del calcio.
Una burocrazia lenta e ridondante, una tassazione che assorbe quasi il 60% del nostro reddito, una classe politica incompetente ed assordante, un inquietante tasso di disoccupazione giovanile, disservizi, sprechi, ruberie, inefficienze, gerontocrazia, demeritocrazia e così via recriminando, non sono chiacchere da bar, ma problemi seri di un Paese che non ha più le idee chiare sul proprio futuro.

E’ la tecnica dello struzzo che nasconde la testa sotto terra. Non vedo, quindi il problema non esiste. Essendo poi la lingua italiana ricca di vocaboli, la dialettica ci viene in aiuto. E’ sufficiente classificare le persone. Ce n’è per tutti i gusti: esterofili, complottisti, disfattisti, pessimisti, populisti. Oserei anche aggiungere fancazzisti, così chiudiamo in parità.

Parlano i numeri

L’Italia e la Germania sono Paesi che si assomigliano molto. Possiamo dire che hanno caratteristiche comuni. Il confronto tra i due però è impietoso.

Il tasso di crescita del PIL tedesco è il doppio di quello italiano, il tasso di disoccupazione giovanile è al 7%, contro il 39% di quello italiano, il rapporto debito pubblico/PIL della Germania è del 71,6%, contro il 133% dell’Italia. Sebbene l’indice Eurostat sul costo della vita sia lo stesso (102 per entrambi i Paesi) la retribuzione media annua lorda (RAL), secondo l’OCSE, è un po’ diversa: 45.100 euro del lavoratore tedesco, contro i 28.600 euro del lavoratore italiano. Per quanto riguarda le pensioni d’anzianità il valore medio della pensione mensile percepita da un tedesco è pari a 1.200 euro, contro i 980 euro del pensionato italiano. La pensione minima d’anzianità, invece, in Germania è sui 950 euro, contro i 500 euro dell’Italia.

Un confronto impietoso ed impari, verrebbe da dire. Ma com’è possibile? Troppo piccole e destrutturate le nostre imprese e troppo assente il sistema-Paese, ci suggeriscono gli esperti.
“La differenza sta nelle proporzioni – affermano dall’Università di Parma – perché noi con quasi il doppio delle imprese tedesche diamo lavoro a meno persone”, come evidenziato nello schema che segue:
 

    GERMANIA ITALIA
A N° imprese 2,0 milioni 3,8 milioni
B N° lavoratori impiegati 25 milioni 15 milioni
C=B/A N° addetti per impresa 12,5 3,9
D Imprese con più di 10 addetti 14% 5%
E Imprese con più di 250 addetti 9.600 1.300
F Indice Eurostat sulla produttività 102 97
G Investimenti in R&S 3% 1,2%

 
Eppure le imprese italiane in Germania sviluppano affari importanti. Nel 2015 il made in Italy ha fatturato circa 49 miliardi. Nella meccanica strumentale ci contendiamo la leadership mondiale coi tedeschi. Nel settore moda e abbigliamento non abbiamo rivali. Un successo dovuto alle “economie esterne di agglomerazione” presenti nei distretti industriali. Una realtà che rappresenta più del 60% del surplus commerciale manifatturiero e che contribuisce al successo delle Pmi. “Ma non basta più, poche grosse imprese capofiliera non possono reggere sulle loro spalle centinaia di microrealtà – affermano dall’Università di Parma – bisogna spingere politiche di fusioni e aggregazioni e aumentare la stazza delle nostre aziende”.

“L’Italia è in ritardo di oltre dieci anni – aggiunge Veronica De Romanis, professore di Politica economica Mba Luiss e Stanford University– nei processi di riforma e consolidamento della spesa pubblica, che Schroeder ebbe il coraggio di fare nel 2003, di fronte a una Germania malata d’Europa che perdeva lo 0,7% del Pil e sforava il 3% di disavanzo”. Purtroppo in tema di riforme in Italia si stanno facendo scelte deboli e poco incisive.

Conclusioni

Purtroppo, come abbiamo sen’zaltro capito, il titolo non si rifà all’esito di una partita di calcio. Magari. Abbiamo compreso, non solo dai numeri, che la differenza non sta solo nelle proporzioni, ma in un sistema Paese che ha fatto del paradosso uno stile di vita. Abbiamo “inventato” la “spending review”, ma la spesa pubblica è aumentata, inoltre, in tema di pensioni, i nostri politici ci girano intorno, ma non si è vista una minima proposta di Legge in un’ottica, almeno, di equità. Oggi ho imparato che in Sicilia, vengono erogate un numero impressionante di pensioni, circa 16000, ad ex lavoratori della Regione Sicilia, il cui importo corrisponde al 110% dell’ultimo stipendio percepito. Sarà che sono una Regione a statuto speciale, ma la matematica funziona alla stessa maniera ovunque, e qui i conti non tornano (come non sono mai tornati). Inoltre un numero consistente di queste pensioni sono date a pensionati d’età inferiore ai 50 anni. Mio nonno di fronte ad una notizia del genere avrebbe semplicemente replicato: “roba da mat”. Avrebbe anche domandato: di fronte a queste “porcherie”, dov’è lo Stato? Già, lo Stato, sonnecchia.

Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)

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