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La pazza gioia, un film dell’orrore. La recensione di PiacenzaSera

E’ un film molto ben scritto La pazza gioia, dallo stesso Virzì e da Francesca Archibugi, che compare come regista in mezzo alla troupe che sta girando un film dentro la casa nobiliare di Beatrice, con la madre che dice sprezzante “ci siamo ridotti ad affittare la nostra casa al cinema italiano

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E’ un film dell’orrore La pazza gioia di Paolo Virzì. Così come lo era quello del 2010, La prima cosa bella.

Due film che ti sbattono in faccia i ricordi dai quali ti nascondi. Perché sei troppo piccolo, come il Valerio Mastandrea de La prima cosa bella, figlio che si vergogna della madre Micaela Ramazzotti, perché è troppo giovane e bella, perché non ha mai avuto l’aspetto di una madre vera, di quelle che passano inosservate agli occhi degli uomini.

O perché sei troppo fragile, come Donatella Morelli (ancora Micaela Ramazzotti) de La pazza gioia, che vorrebbe passare inosservata da tutti e che invece viene osservata da loro. “Loro. I servizi sociali. Loro. I dottori. Loro lo sapevano, sapevano tutto. Che piangevo, che ho sempre pianto, che piangevo per la scuola, che piangevo per i compiti. Ho sempre pianto. Sono nata triste. Depressione maggiore, hanno detto. E allora curami no? Invece che curarmi che fai, mi togli Elia?”

Ha paura Donatella Morelli e ha ragione. Tutto quello che esiste al di fuori della comunità di Villa Biondi fa male. Ma lei scappa lo stesso, perché ha un unico scopo un unico obiettivo un pensiero fisso ed è trovare il modo di vedere Elia.

Donatella Morelli attraversa tutto il film con lo sguardo basso e le spalle incassate per non farsi notare per non farsi vedere da Loro. Se non ci fosse Elia da cercare, da ritrovare, starebbe sdraiata tutto il giorno nel letto. Ma grazie a quell’obiettivo Donatella trova la forza di fare, di scappare, di cercare qualcosa di bello. Scheletrica, con i capelli corti ed il cappuccio, si nasconde tra le piante per vedere il suo bambino.

Grazie a Elia e grazie all’altra protagonista del film, l’aristocratica Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi), che vive nel passato di una grandeur perduta e non si rassegna a questo povero presente.

Beatrice al contrario di Donatella, che con quello che ha fatto ci fa i conti tutti i giorni e magari riuscisse a rimuoverlo e magari riuscisse a perdonarsi, cerca di dimenticare tutto e ci riesce quasi. Con le sue frasi ad effetto (“Ma smettila con questo senso di inferiorità sociale. Se sono servitori, che servano”), con il suo prendere le distanze dalle altre abitanti di Villa Biondi (“Siete povere, siete brutte”), con la sua arrogante irriverenza, con i suoi giudizi tranchant (“Sì, però, comprati un quadernetto dove scrivere le tue cosine, non dipingertele addosso”) Beatrice è un personaggio incapace di fare i conti con la propria realtà, ma molto capace di aiutare Donatella.

Perché Beatrice quando non pensa a sé stessa, a quello che ha perso, a quello che ha fatto, è una donna coraggiosa invadente scaltra e piena di umanità.

E’ un film molto ben scritto La pazza gioia, dallo stesso Virzì e da Francesca Archibugi, che compare come regista in mezzo alla troupe che sta girando un film dentro la casa nobiliare di Beatrice, con la madre che dice sprezzante “ci siamo ridotti ad affittare la nostra casa al cinema italiano”.

“Ci diamo alla pazza gioia”, dice Beatrice. E invece si danno a due giorni di inferno di osceno passato, di parenti schifosi, di uomini ancora più schifosi. Sballottate in un mondo esterno che preferisce guardare da un’altra parte, infastidito, imbarazzato, a volte meschino e crudele.

E mi viene in mente qualcosa che ho sentito dire da un apparentemente molto lontano personaggio di una serie Tv che, mi dicono, a sua volta viene da un altro ancora più lontana famosissima graphic novel, “You know you’re one bad day away from being me”.

Apparentemente molto lontano. “Meno male che ci sei te”.

Barbara Belzini
tw: @BarbaraBelzini

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