I profughi e noi. Quando la politica non fa il suo dovere IL COMMENTO

A Piacenza e provincia sono ospitati 564 cosiddetti "profughi" provenienti da diverse parti del pianeta, in fuga dalle guerre o da situazioni economiche insostenibili. In Italia ne ospitiamo circa 120mila. La Germania nel solo 2015 un milione e 200 mila

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Non scomoderò Papa Francesco, la sua visita a Lesbo, gli appelli non solo ai credenti, ma alla nostra umanità. Non tirerò in ballo le immagini del bimbo morto annegato raccolto sulla spiaggia, o della piccola neonata giunta a Lampedusa orfana della madre morta annegata.

Anzi dirò che non sopporto l’emotività che ci investe come un’ondata, ogni volta che l’informazione tratta queste tragedie. Un’ondata che poi se ne va e torna tutto come prima. 

Cercherò di affrontare la vicenda dei profughi, o meglio, delle persone richiedenti asilo, con il ragionamento.

A Piacenza e provincia sono ospitati 564 cosiddetti “profughi” provenienti da diverse parti del pianeta, in fuga dalle guerre o da situazioni economiche insostenibili. In Italia ne ospitiamo circa 120mila. La Germania nel solo 2015 un milione e 200 mila. Dovremmo guardare questi numeri prima di abusare della parola “emergenza”.

L’Europa ha lasciato paesi come l’Italia, avamposto del Mediterraneo, troppo soli. E la strage continua di uomini e donne in mare è qualcosa di inaccettabile per chiunque abbia una coscienza. A livello continentale si deve fare molto di più per gestire le migrazioni, anche perchè si tratta di una questione epocale che non si potrà risolvere nel giro di qualche anno.

Chi è arrivato in Italia per richiedere asilo non ha bisogno della nostra compassione, merita di essere trattato con dignità. I profughi sono inseriti in un progetto di accoglienza europeo (con fondi europei) che contempla un diritto fondamentale: quello di di avanzare una richiesta di asilo, per chi è in fuga di situazioni di guerra e di pericolo. In attesa di una risposta a tale richiesta garantita dal diritto internazionale, loro sono nostri “ospiti”.

Dare loro accoglienza non significa solo un vitto e alloggio, ma qualcosa in più. Vuol dire non far sentire queste persone come estranee ed indesiderate, compiere uno sforzo per stabilire relazioni, per offrire un senso alla loro permanenza qui. Non è buonista tutto questo, semplicemente è razionale.

Che sia necessario il superamento di una situazione puramente assistenziale, attraverso il coinvolgimento di queste persone in percorsi di integrazione con le comunità ospitanti, è un’esigenza sensata e opportuna. Chiedere loro di lavorare gratis, invece, non ha molto a che fare con la dignità.

Chiediamoci allora tutti, che cosa stiamo facendo per queste persone in difficoltà, nullatenenti o quasi, sradicate dalla loro terra, alla ricerca di una vita migliore? Quali progetti di integrazione ha messo in campo la nostra società? A quanti di noi (cattolici e non) interessa la loro sorte? 

La politica locale ha sostanzialmente rinunciato a gestire questa situazione. Non è stato siglato nessun accordo per una distribuzione su base territoriale, secondo criteri di equità e di opportunità tra i nostri 48 comuni, dei richiedenti asilo. Un anno e mezzo fa si susseguirono alcuni incontri in Provincia, ma prevalsero i veti incrociati. Alcuni sindaci erano disponibili a un piano, altri opposero un netto rifiuto.  

Questo è un fatto grave, perché gli amministratori locali dovrebbero occuparsi anche delle “rogne” che non portano alcun consenso elettorale. Spetta alla politica, a chi è stato eletto democraticamente trovare soluzioni, e risponderne ai cittadini.

La sistemazione sul territorio di queste persone è così in capo alla sola Prefettura, che non può fare molto di più che smistarli nelle strutture private di volta in volta disponibili. Una classe dirigente che delega un tema come questo, rinuncia a fare quello per cui è stata eletta.

Salvo alcune lodevoli eccezioni, sono pochi i comuni che si sono preoccupati di coinvolgere i richiedenti asilo in percorsi di formazione e di lavoro, tali da configurare uno scambio con le comunità. Ma dove è stato fatto, le tensioni con la popolazione, le incomprensioni e le diffidenze si sono stemperate. 

Domenica sono in programma le elezioni in otto comuni del piacentino. Qualcuno dei candidati sindaci si è espresso chiaramente sulla vicenda dei profughi? Si è detto favorevole a gestire in prima persona il tema senza “lavarsene le mani”?

Abbiamo bisogno di una classe dirigente che sia capace di governare affrontando i problemi, di non voltare la faccia e guardare altrove.

Mauro Ferri
direttore di PiacenzaSera.it

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