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Economix, Brexit e il ritorno dei cervelli

Si avverte un clima di paura nel mondo accademico. Soprattutto in quello della Ricerca. Docenti universitari, ricercatori, soprattutto quelli a contratto, che da anni stanno cercando di avere il tanto anelato posto fisso

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Brexit: il ritorno dei cervelli
 
Si avverte un clima di paura nel mondo accademico. Soprattutto in quello della Ricerca. Docenti universitari, ricercatori, soprattutto quelli a contratto, che da anni stanno cercando di avere il tanto anelato posto fisso (ebbene sì esiste ancora, non solo nelle parodie di Checco Zalone), vivono un momento di vero e proprio terrore. Soprattutto quelli nominati dalla politica (non pochi), poco avvezzi a meccanismi di competitività professionale.

Ma cos’è che li spaventa così tanto? La Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha cominciato a dare i primi segnali negativi? Il rischio recessione, paventato da Standard & Poors settimane addietro, è diventato realtà?

Leggi l’articolo “Vince il Leave in Gran Bretagna” del 24 giugno 2016

La fiducia dei consumatori, che a ridosso del referendum pareva essere crollata in modo significativo, con l’aiuto di una sterlina un po’ più debole sull’ euro, ha tenuto. Ciò che spaventa i nostri docenti e ricercatori è l’impennata di domande provenienti dal mondo accademico britannico ai nostri Atenei.

Domande che non provengono soltanto da accademici italiani, ma anche di altri Paesi. Più che un fenomeno di controesodo, o di rientro di cervelli, possiamo qualificarlo come un fenomeno letteralmente incredibile. Come ben noto l’Italia investe poco nella Ricerca e le Università sono attraversate da un fenomeno nepotistico-clientelare che non ha eguali nella storia dell’umanità. Una sorta di occupazione “cattedratico-militare” che non permette l’ingresso ad alcun professionista avventuriero, anche se provvisto di un curriculum eccezionale.

Allora, perché vogliono lavorare in Italia?

Cervelli in fuga

Giorgio Bellettini, direttore del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna, spiega che l’effetto Brexit sul mondo accademico si è manifestato fin da subito.

Ricerca ed Europa sono due sostantivi, due concetti che viaggiano insieme. Fare ricerca ed essere fuori dall’Europa è penalizzante. Europa infatti significa fondi europei.

“Ossia budget ricchi, milioni di euro destinati alla ricerca che rappresentano l’ossigeno per le università, comprese quelle inglesi. Ma dopo lo “strappo” – sottolinea Giorgio Bellettini – gli atenei britannici potranno ancora avere i fondi per il loro progetti?”. Ovviamente no. L’ astrofisico britannico Paul Crowther dell’Università di Sheffield, ne sa qualcosa: il suo gruppo di ricerca è stato escluso da un consorzio europeo, proprio a causa di Brexit.

Le opportunità

“È evidente che in questa incertezza – aggiunge Bellettini – gli stranieri, in questo caso gli italiani, provano a guardarsi intorno, e forse a tornare indietro”, aiutati anche dalle cosiddette “cattedre Natta” (in onore di Giulio Natta, Nobel per la Chimica nel 1963).

“Se davvero ci sarà questo flusso di ritorno – dice Filippo Taddei, responsabile economico del Pd – le cattedre Natta, previste dalla legge di stabilità 2016, saranno un’opportunità per molti. Il senso è quello di far arrivare nelle nostre università studiosi di alto profilo, ma senza gravare sui bilanci degli atenei. Ognuno di questi posti infatti è già finanziato a tempo indeterminato, e il professore che viene assunto con questa modalità non sarà legato per sempre ad una determinata università, ma finita la ricerca potrà andare altrove. I fondi della cattedra Natta, infatti, “seguono” il docente”. Ad oggi, purtroppo, tali cattedre sono inutilizzabili a causa della mancanza dei decreti attuativi.

Diminuzione del reddito degli stranieri

Un altro problema che preoccupa i lavoratori stranieri nel Regno Unito riguarda la svalutazione della sterlina, che se si assesterà agli stessi livelli dell’Euro, provocherà una spinta inflazionistica, con conseguente perdita del potere d’acquisto dei redditi degli inglesi, in particolare dei 3,3 milioni di stranieri che vivono, studiano e lavorano nel Regno Unito.
Insomma, state in campana cari docenti e ricercatori figli dell’Italia nepotistica-clientelare, certi comunque che un posto, da qualche parte, non ve lo negherà nessuno.
 
Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)
 

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