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Gli “Arbos” a Tendenze, band genovese con il nome della fabbrica foto

Il "responsabile" di questa inedita contaminazione ligure-emiliana è Lorenzo Calza, piacentino migrato a Genova da tanti anni, sceneggiatore di fumetti e romanziere, che - anche attraverso questa nuova esperienza musicale nelle vesti di cantante e autore dei testi - non rinnega le sue radici.

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Da Genova al palco di Tendenze, con un nome carico di significato, che racchiude una storia operaia tutta piacentina.

Sono gli “Arbos” neonato gruppo musicale genovese, che esordirà sabato prossimo 17 settembre alla kermesse musicale di fine estate.

Il “responsabile” di questa inedita contaminazione ligure-emiliana è Lorenzo Calza, piacentino migrato a Genova da tanti anni, sceneggiatore di fumetti e romanziere, che – anche attraverso questa nuova esperienza musicale nelle vesti di cantante e autore dei testi – non rinnega le sue radici. Lo abbiamo intervistato. 

Perché il nome Arbos, per evocare cosa?
 
Una sera, gli altri partono con un giro musicale teso, c’improvviso un testo. La storia di una fabbrica di mietitrebbia piacentina che entrò in autogestione negli anni Settanta, ci lavorava mia madre. Rabbia e poesia, una magica fucilata di emozioni. In quel periodo stavamo scegliendo il nome del gruppo, passaggio eccitante e delicato. “Arbos”, con la sua carica emotiva, politica, ci ha risolto l’empasse. Il concetto abbraccia la mia natura apolide di piacentino trapiantato a Genova, ma anche quella degli altri: un certo spirito “proletario” che ci lega. Genova è da sempre un crocevia, nella band c’è anche la tenace anima sarda, l’affilato spirito bresciano, qualcosa di partenopeo. Siamo tutti stagionati, portiamo molti trascorsi, musicali e di vita.
Mai sentito di una band che prende il nome da una sua canzone? Eccoci.
 

Perchè avete scelto Tendenze e cosa ti aspetti dal palco piacentino?
 
Conosco la manifestazione, l’ho vista nascere dal mio ambiente culturale, quando ero a Piacenza. Il destino ci ha riservato l’esordio qui, dopo mesi di lavoro in sala prove ai confini della Superba.
Alla nostra etè (dai quaranta in su) rimane una certa agitazione per il debutto, vedremo di trasformarla in energia. Sarà curioso capire come questa musica arriverà al pubblico. Non siamo certo commerciali: un rock indie, a tratti duro, con colori folk dati dalla ghironda, con la potenza della lingua italiana, a scandire una rabbiosa militanza umana. La ricerca di animi non pacificati, in un tempo non pacificato. Secondo me Piacenza – la cui vitalità giovanile ho sempre seguito da lontano – è la piazza ideale per recepire ‘sto soffio di maestrale da Genova.

 
Fare musica oggi 25 anni dopo i Dazed (gruppo musicale di Lorenzo Calza ndr) quanto è cambiato?
 
Tutto, e gli anni sono 30, purtroppo. Ricordo la prima registrazione, nell’87, con un traballante quattro piste, in uno scantinato. Oggi, con la tecnologia puoi fare cose incredibili, puoi suonare ovunque, anche in casa. Però non ci sono più i locali dove esibirti live. Il digitale, il virtuale, ha fornito mille scorciatoie, ma non si vede più la strada. Noto che tanti – in tutti gli ambiti artistici e comunicativi – si perdono nell’etereo, si affidano all’effetto anziché alla sostanza. La musica sembra scivolare sulle cose invece di raccontarle, interpretarle. È quello che vogliono i talent, i nuovi profeti del peer to peer, del click baiting. Una dimensione tutta estetica o quantitativa del mercato musicale, illusoria. È aumentato il livello tecnico, il sistema ha finto di spazzare via le intermediazioni, di poter fornire opportunità a tutti. Ma, alla fine, smontati tutti gli antichi meccanismi, le suggestioni del passato, aleggia sovrana una domanda di senso. Cosa stiamo suonando? Cosa stiamo dicendo? Basta ascoltare la radio, e la risposta a quella domanda in Italia non c’è, o è sconfortante. Molti si chiedono se gli Area o De André, oggi, potrebbero emergere. Col loro distillato artistico, con la loro ricerca, la militanza. Gli Arbos – nel loro infinitesimale – non fanno certo parte della risposta, ma della domanda sì. Questo, ce lo riconosco!
 
Un ricordo dei tuoi inizi musicali, se non rammento male al “Gioia”?
 
L’esordio al teatro Municipale, proprio alla festa del liceo, c’erano duemila persone. Alcuni scalmanati danneggiarono un loggione, ci fu qualche strascico per un utilizzo poco ortodosso dei camerini da parte nostra. Insomma, eravamo giovani, il rock n’roll era liberatorio. A ‘sto, giro, sotto il palco, a Tendenze, ci saranno i miei figli. Beh, vorrei passargli un po’ di quella storia (non quella dei camerini 😉 ).

LA PRESENTAZIONE DEGLI ARBOS – Noi siamo gli Arbos. Neonata band genovese, crocevia di svariate esperienze e trascorsi dei componenti, che sono:



Lorenzo Calza (testi e voce);

Antonio Isu (chitarra);

Massimiliano Passarella (basso);

Davide Bonfanti (ghironda, tromba);

Adriano Pitzalis (batteria).



Affresco, cuore e società. La potenza del racconto nel suono rock, nel colore folk, nel ritmo anche tribale. Il nome evoca una fabbrica piacentina che entrò in autogestione negli anni Settanta.



Pitzalis, Passarella e Isu – sulla scena rock-metal genovese da anni – garantiscono un potente impatto sonoro, arricchito dalle venature psycho-folk della ghironda elettrica di Bonfanti, che militò in importanti band bresciane. I testi si spingono a indagare i risvolti della modernità: il tema del migrante, la malattia mentale, l’infanzia spesso dimenticata, la difficoltà nelle relazioni. Calza, di origini piacentine, è sceneggiatore noir e romanziere.



Nelle canzoni degli Arbos si trovano echi della new wave, il post- punk, i Cure, ma anche i CCCP, i più moderni Teatro degli Orrori, gli Offlaga Disco Pax, i Dupain, le Savages. Dai testi fanno capolino personaggi quali il maestro Mario Lodi, Albert Camus, Franco Basaglia.
 

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