A distanza di cinque anni, Bon Iver torna con un’opera complessa, difficile, audace. Una sorta di “Amnesiac” 2.0. Sperimentando e rischiando. Anziché vivere di rendita. Con sempre al centro la voce di Vernon: filtrata, deformata, trasfigurata
BON IVER
22, A Million (2016)
Come sono lontani i tempi in cui Justin Vernon trovava rifugio – novello Walden – in un capanno tra i boschi del Wisconsin, camicia da boscaiolo (o grunge) e barba hipster, per scrivere struggenti ballate folk. Quella pagina, che pure molti di noi hanno tanto amato, si è chiusa per sempre.
Già il secondo, eponimo, album aveva virato verso territori ambient ed elettronici. Ora, a distanza di cinque anni, Bon Iver torna con un’opera complessa, difficile, audace. Una sorta di “Amnesiac” 2.0. Sperimentando e rischiando. Anziché vivere di rendita. Con sempre al centro la voce di Vernon: filtrata, deformata, trasfigurata.
Una raccolta di titoli criptici e impronunciabili, tratti forse dalla numerologia cosmica, e una copertina inquietante, tra geroglifici e il simbolo del Tao, seppur deformato: in questo caso, i critici si sono sbizzarriti in un interminabile elenco di opposti, a dir loro sono presenti nell’album (passato e futuro, anima e cervello, soul ed elettronica, acustico e digitale…).
Forse non indimenticabile l’overture “22 (OVER S88N”)”, costruita su un loop ripetuto all’infinito, ma ecco che “10 dEAThbREasT??” alza il tiro: una spettacolare modern dance che sarebbe piaciuta ai Pere Ubu. “715 CR??KS” si avvale della collaborazione di James Blake: qui la melodia è annullata, e manca persino la “musica”. Ostica,davvero.
“33 “GOD”” intreccia più voci, pur rivelandosi uno dei brani più tradizionali, con un andamento quasi rock e percussioni elettroniche. Notevole è la successiva “29 #Strafford APTS”, una ballata ancora bucolica, la avrebbero potuto scrivere i primissimi Genesis.
“666” – in realtà manca una “t” rovesciata, è bravo chi la trova sulla tastiera – è un altro dei pezzi più riusciti, diabolica sin dal titolo. “21 MOON WATER” – qui invece le O sarebbero dei rombi, pare che si siano voluti far beffe di chi deve scriverne… – è rarefatta, quasi inconsistente, si alza nel finale con un il sax del grande Colin Stetson.
“8 (circle)” scorre quasi innocua, mentre “_____45_____” conferma l’innamoramento per i fiati: inizia spenta, poi cresce inesorabile, uno dei pezzi più belli. La chiusura è per “00000 Million”, altra ballata, stavolta più eterea: quasi un gospel del nuovo millennio.
In primavera il tour arriverà nel vecchio continente. Per ora nessuna data prevista in Italia, ed esaurita o cancellata pare la data di Zurigo. Una buona occasione per un weekend a Londra, Parigi o Berlino?
Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

