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S. Damiano, servono un piano e i soldi. Ma forse non basteranno

L’aeroporto, come tutte le iniziative economiche che hanno attraversato Piacenza negli ultimi 40 anni, ha una storia lunga e travagliata

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Ritorna l’appuntamento con le “Pillole di Economia”, la rubrica curata da Mauro Peveri su PiacenzaSera.it  Oggetto di approfondimento la vicenda del futuro dell’aeroporto di San Damiano, dopo il trasferimento del 50esimo stormo dell’Aereonautica Militare. E’ percorribile la strada della conversione civile dello scalo? Ecco la sua riflessione

Dopo un lungo periodo di silenzio determinato da impegni di lavoro riprendo volentieri le mie pillole di economia.
In questi sei mesi sono successe tante cose, ma i problemi della nostra Città e anche della Provincia sono gli stessi.

Per i temi che ho trattato in questi anni quali la disoccupazione, anche giovanile, la sicurezza, lo sviluppo economico, l’immigrazione, se escludiamo il marketing istituzionale che tanto va di moda, non vedo luci in fondo al tunnel.
In questa e nella prossima “pillola” vorrei trattare due argomenti che, con le dovute cautele, potrebbero essere due opportunità per il nostro territorio.

L’Aeroporto e l’Ospedale.

L’Aeroporto.
L’aeroporto, come tutte le iniziative economiche che hanno attraversato Piacenza negli ultimi 40 anni, ha una storia lunga e travagliata.

La prima occasione che Piacenza ha avuto di trasformare San Damiano in un Aeroporto civile addirittura risale ai primi anni ‘70, anni in cui il 50 ° stormo lasciò Piacenza e per un certo periodo di tempo la struttura cadde in un sonno profondo non avendo i militari progetti precisi relativamente al suo utilizzo.

Allora Malpensa era un hub di serie “B”, Orio al Serio (Bg), Parma e altre decine di aeroporti, sorti come i funghi negli ultimi 40 anni nel nostro Paese, esistevano ma non erano ancora classificati come aeroporti di prima categoria.

In quegli anni, per quanto ricordi, a nessun politico o imprenditore locale venne in mente che Piacenza avrebbe potuto diventare l’hub più importante del nord Italia e l’aeroporto commerciale di Milano, per cui questa opportunità non fu ovviamente neppure esaminata.

Trascorsi circa 20 anni, precisamente negli anni ‘90, con lungimiranza anomala per il nostro territorio, il Presidente della Camera di Commercio Luigi Gatti lanciò l’idea di trasformare San Damiano in un aeroporto civile, costituendo anche una società, che avrebbe avuto il compito di coagulare l’interesse degli imprenditori e degli enti pubblici locali, cui affidare la progettazione e la costruzione  dell’aeroporto civile.

Negli anni ‘90 Malpensa si era già in parte sviluppata, anche se in realtà la sua esplosione come hub del Nord Italia avvenne soltanto nel decennio successivo, a partire appunto dal 2000.

Orio al serio (l’aeroporto di Bergamo che tutti noi usiamo per andare in vacanza) esisteva dal 1980 come struttura di un certo livello, ma ancora non esistevano le compagnie low cost, che si svilupparono più tardi intorno all’anno 2000 (Ryanair arrivò nel 2002) e che hanno poi decretato il suo successo commerciale.

Estratto dal sito di Orio al Serio:

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Dunque se il Dott. Gatti avesse avuto il concreto appoggio delle istituzioni locali, probabilmente, oggi avremmo nella nostra Provincia uno degli aeroporti più importanti del Nord Italia e una quota di Pil provinciale, di occupati diretti e indiretti nel settore molto significativa.

Tra i fieri oppositori di questo progetto vi furono alcuni politici locali (magari con abitazioni nei dintorni), che francamente è inutile ricordare, i quali ovviamente sostenevano che un consistente aumento del traffico aereo nella zona di San Giorgio e di Carpaneto avrebbe comportato danni irreparabili alle comunità interessate, quindi di fatto il progetto cadde presto nel dimenticatoio.

E’ inutile dire che negli ultimi anni, a più riprese, prima con lettere alla “Libertà” e poi con le “Pillole di economia” ho sollecitato, tra le iniziative economiche possibili, la trasformazione di San Damiano in un aeroporto civile.

Oggi finalmente alcuni imprenditori, politici locali, osservatori e addirittura una parte degli abitanti della zona, spaventati dalle ricadute in termini di minore occupazione che avrà la chiusura dell’aeroporto militare, impugnano la “spada” dello sviluppo economico proponendo giustamente di verificare l’opportunità di trasformare San Damiano in un aeroporto civile, magari destinandolo al traffico commerciale (cargo).

Vediamo però quali sono i problemi e se effettivamente vi sia, concretamente, questa possibilità e a quali condizioni.

Piacenza rappresenta una tra le migliori, se non la migliore in assoluto, location per progettare e costruire infrastrutture legate al trasporto, per la sua posizione (centro della Pianura Padana, vicinanza a tutto il nord Italia, ecc.), per le infrastrutture già esistenti (logistica, società di trasporto, grandi player della distribuzione, collegamenti stradali, nodo ferroviario), per la presenza di maestranze qualificate, per una base di piccole / medie imprese molto attive nella meccanica, per la possibilità di interconnettere questo progetto con un altro che potrebbe prevede la trasformazione del Po in un fiume aperto alla navigazione delle merci.

Devo sottolineare che queste capacità, geografiche e sociali, non hanno per esempio consentito a Piacenza di essere sede di una Stazione dell’alta velocità ferroviaria, che sappiamo è stata costruita a Reggio Emilia. Molti di voi avranno utilizzato la stazione dell’alta velocità di Reggio Emilia, bellissima dal punto di vista estetico (fatta dall’archistar Calatrava), ma una specie di cattedrale nel deserto se consideriamo la sua posizione.

Proseguendo nei vantaggi competitivi occorre poi considerare che a Piacenza un aeroporto, seppur militare, c’è già da molto tempo, e quindi si tratterebbe semplicemente di adeguare le strutture agli standard previsti per un utilizzo civile.

A questo proposito ricordo che la pista di Piacenza consentiva l’atterraggio dei mitici F104 i quali, a parte la bellezza estetica, necessitavano per atterrare e decollare di una pista lunghissima perché progettati con prestazioni eccezionali ma con alette piccolissime, che comportavano velocità di decollo e atterraggio assolutamente esagerate con conseguente necessità di avere piste di lunghezza fuori dall’usuale.

Questo significa che a Piacenza, senza particolari investimenti, potrebbero già oggi atterrare gli arei cargo più grandi al Mondo: gli Antonov di fabbricazione russa, che sono i più grandi trasportatori di merci per via aerea, appunto, del Mondo.
L’Aeroporto di Parma, nostro potenziale competitor regionale, in questo momento non è pronto per quest’attività perché la pista è troppo corta.

Nonostante ciò la regione ha già dichiarato di aver messo a disposizione di questo progetto un finanziamento di oltre 14 milioni di euro per adeguare le infrastrutture (tra cui appunto l’allungamento della pista oggi inadatta a ricevere aerei delle dimensioni degli Antonov) dell’Aeroporto di Parma, che in questi ultimi anni ha rischiato a più riprese il fallimento della sua società di gestione.

Considerando ciò, è evidente che, nonostante l’impegno dei politici locali, sarà una partita molto difficile cercare di far cambiare idea alla Regione e quindi ottenere i finanziamenti pubblici necessari per l’adeguamento del nostro Aeroporto, per cui, in questo senso, Piacenza parte ancora una volta svantaggiata rispetto alla più potente Parma, nonostante il nostro Comune sia retto da un’amministrazione dello stesso “colore” di quella che governa la Regione, mentre Parma sappiamo tutti è governata da Pizzarotti e dal M5S.

Altra questione che ci deve far riflettere è quella che oggi nell’Italia del Nord, e non solo, ogni 40/50 km c’è un aeroporto, spesso in perdita e che rischia il fallimento, costruito per le ambizioni di qualche potente locale e senza alcun piano industriale decente. A questo proposito segnalo come ci fosse un piano nazionale che prevedeva la chiusura e l’accorpamento di molti aeroporti locali in deficit, per evitare che le Regioni e lo Stato si trovassero a dover ripianare i deficit creati da società di gestione aeroportuale pubblico-private gestite con logiche non economiche.

Tutto ciò premesso, nonostante molti siano i limiti esterni ed interni, che sembrano impedire la realizzazione di questa iniziativa, ritengo sia giusto che le istituzioni locali ci “provino”.

Per trasformare però una semplice ambizione in un progetto concreto con possibilità di successo secondo me occorrerebbero i seguenti pre-requisiti:

– La redazione di un progetto industriale chiaro, condiviso da tutte le Istituzioni, associazioni di categoria, fondazione di Piacenza e Vigevano, CCIAA.

– La stipula di un contratto con i militari a livello nazionale per la trasformazione dell’Aeroporto militare.

– Evitare che le infrastrutture esistenti (per esempio il radar) siano smantellate.

– Avere un accordo con la Provincia e i comuni interessati per realizzare e ampliare i collegamenti stradali, costruendo un raccordo con l’A1, che dista pochi chilometri, collegando l’area della logistica di Piacenza e la ferrovia.

– Stringere un accordo con i player della distribuzione e della logistica che operano sul nostro territorio: IKEA, Amazon, TNT, ecc., affittando loro, a canone bassissimo, l’uso della struttura ed eventualmente essere disponibili alla sua progressiva cessione ai privati.

– Ricercare un partner straniero, magari cinese o indiano, che opera nella logistica o nella distribuzione con cui stringere un accordo di cooperazione, perché nel trasporto aereo commerciale, come in quello passeggeri (con esclusione delle compagnie low cost), le uniche tratte in utile sono quelle intercontinentali.

– La ricerca di una compagnia aerea (low cost o meno) interessata, con cui fare un accordo di cooperazione. Parma sembra anche in questo avvantaggiata da un accordo già stipulato con Ethiad,

– Mettere a disposizione del progetto le risorse finanziarie necessarie provenienti dall’esterno (fondi europei, finanziatori esteri, crowdfunding, multinazionali della logistica) ma anche dal nostro territorio (Fondazione, CCIAA, Banca di Piacenza, Cassa di Risparmio, industriali locali).

Questo elenco lo definirei come l’insieme delle condizioni necessarie ma non sufficienti per avviare in modo concreto un’iniziativa così complessa e tuttavia potenzialmente positiva per il nostro territorio, per i ritorni che potrebbe avere in termini di sviluppo economico e occupazione, anche se, ancora una volta, mi sembra di poter dire che rischiamo di essere “fuori tempo massimo” e che l’aeroporto che avremmo voluto forse si farà a Parma. 

Spero di sbagliarmi.

 

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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