Schmilco (Wilco), la recensione di PcSera.it

Lo diciamo subito: non è il loro capolavoro. Ma nonostante possa essere considerata un'opera minore, resta l'opera di una delle realtà più importanti della scena americana, da almeno vent'anni a questa parte. Band matura, sempre elegante, che fa dell'onestà e del mestiere la sua bandiera

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WILCO
Schmilco (2016)

 
Un consiglio a tutti i meteoropatici in ascolto. Se siete tristi e depressi per colpa di quest’autunno appena iniziato e già così grigio e nebbioso, ecco il disco che vi manderà definitivamente a terra.

Un disco malinconico, sostanzialmente acustico, che vive di poche ma assai sofisticate sonorità, che stavolta restano sottotraccia (per poterlo apprezzare pienamente, andrebbe ascoltato in cuffia).

“Schmilco”, decimo album della band di Chicago, giunge a pochi mesi da “Star wars” e nasce per lo più dalle stesse sessions, e si fa notare per il colorato artwork dell’illustratore catalano Joan Cornellà.

Lo diciamo subito: non è il loro capolavoro. Ma nonostante possa essere considerata un’opera minore, resta l’opera di una delle realtà più importanti della scena americana, da almeno vent’anni a questa parte. Band matura, sempre elegante, che fa dell’onestà e del mestiere la sua bandiera.

La scaletta si apre con l’eterea e nostalgica “Normal American Kids” (che poi nostalgica, mica tanto: “Always hating normal/normal american/empty summer days/Lightning crazed/and cracked like an egg/High behind the garden shed/Painting myself/as a normal American kid/I always hated it”).

Le successive “If I ever was a child” e “Cry all day” sono due composizioni molto classiche, di stile alt-country. Più interessante l’asimmetria di “Common sense”, uno dei pochi brani in cui trova spazio la chitarra elettrica di Cline (sarà ancora più interessante ascoltarla live) e poi ecco “Nope”, un bel blues desertico a là Wilco De.Co., quasi un marchio registrato.

“Someone to lose”, scelta tra i singoli, scorre via leggera. Meglio “Happiness”, ballata piuttosto sghemba, e soprattutto quella “Quarters” che rappresenta la piccola, piccolissima gemma dell’intero album, una di quelle gemme di cui ormai è ricco lo scrigno di Tweedy e compagni: inarrivabile l’interpretazione del vocalist, mai come adesso in primo piano, e che bel drumming di fondo.

“Locator” e “Shug and destroy” sono i brani più Beatlesiani, e se il primo pare di Lennon il secondo poteva uscire dalla penna di Harrison. “We arent’ the world” (and we’re aren’t the children, non vi ricorda qualcosa?) e “Just say goodbye” chiudono la collezione senza ulteriori sussulti. Sabato 12 novembre sono di scena a Milano, al Fabrique.
 
Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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