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Omaggio a Leonard Cohen, la nostra playlist

Il nostro omaggio a Leonard Cohen, scomparso all'età di 82 anni, scritto da Giovanni Battista Menzani

LEONARD COHEN – La nostra playlist

Nudo alla meta, nell’olimpo dei grandi: Dylan, Cash, Waits. Era questa la chiosa della nostra recensione di “Old Ideas” (2012) con il quale dopo una lunga assenza l’artista canadese era tornato in studio per licenziare di nuovo del materiale inedito, che ai suoi occhi suonava appunto solo come un pugno di “vecchie idee”. “Vecchie idee” che alle nostre orecchie suonavano invece come l’ennesima dimostrazione della sua innata classe, della sua scrittura raffinata, del suo senso della misura e infine del suo humour nero e malinconico.

Ed eccolo nell’olimpo, ora.

La notizia della sua morte, all’età di 82 anni, arriva a pochi giorni (21 ottobre) dall’uscita del nuovo album, il quattordicesimo in quasi quarant’anni, “You want it darker”: questa circostanza ci riporta a inizio anno, alla scomparsa di David Bowie, quando andò esattamente così. È presto per dire, come nel caso del Duca Bianco, se l’ultimo lavoro può essere considerato il suo testamento spirituale. Purtroppo, non abbiamo fatto ancora in tempo ad ascoltarlo. Rimedieremo presto.

Nel frattempo, per rendere omaggio a un altro grande maestro della canzone d’autore che ci lascia, proveremo come per Dylan a stilare una nostra compilation, pur frettolosa e manchevole.

Dall’album di debutto (dicembre 1967) come non prelevare “Suzanne” e il suo the alle arance, che noi conosciamo anche in italiano per merito di De Andrè (ancora lui), ma anche “Master of song” e la splendida e malinconica “Hey, that’s no way to say goodbye”.

Dal capolavoro “Songs from a room” – che titolo strepitoso e claustrofobico, canzoni da una stanza, come le stanze di vita quotidiane di Guccini – la celeberrima “Bird on the wire”, un inno alla libertà e una dichiarazione d’intenti, e poi le nostre preferite, “The butcher” e  “The partisan”, quest’ultima ispirata a una celebre canzone francese e anche uno dei suoi pezzi più politici insieme all’apocalittica “The future”, che inseriamo senza dubbi nella raccolta (“Give me back the Berlin wall/Give me Stalin and St Paul/Give me Christ or give me Hiroshima/Destroy another fetus now/We don’t like children anyhow/I’ve seen the future, baby: it is murder”).

Dal successivo e spesso sottovalutato dalla critica “Songs of love and hate” ecco “Famous blue raincoat” – con quel finale così geniale, “Sincerely, L. Cohen” – e “Avalanche”, di cui ci piace ricordare la cover di Nick Cave, uno di quei rocker dark e maledetti che gli deve molto, anzi: moltissimo. Ma anche “Diamonds in the mine” (Il fiume è ingrossato con bidoni arrugginiti/E gli alberi stanno bruciando nella terra promessa/E non ci sono lettere nella casella della posta/E non ci sono acini sulla vite/E non ci sono più cioccolati nelle scatole/E non ci sono diamanti nella miniera”).

Dai dischi successivi, la scelta cade su “Chelsea no. 2”, in cui racconta la sua notte d’amore con Janis Joplin, in una stanza dell’omonimo hotel newyorchese (la 411; Cohen abitava spesso la 424), e poi “Death of a ladies’ man”, “First we take Manhattan” (cercate la versione dei R.E.M.), “In my secret life”, “Tower of song” (Ebbene, i miei amici sono andati ed i miei capelli sono grigi/Soffro nei posti nei quali ero solito suonare/E sono pazzo d’amore ma non sto avanzando/Sto pagando l’affitto ogni giorno/Nella torre della poesia”), e poi ancora “I’m your man” e ovviamente l’onnipresente “Hallelujajh”, che ormai cantano proprio tutti, dai karaoke di provincia ai talent sulla pay-tv…

Ecco, perché non rendere omaggio al maestro imponendo per legge una moratoria su quella canzone? Sì, che parta sul serio una raccolta di firme. Mai più “Hallelujah” nei talent. Dimenticavamo: per ultima, “A singer must die”: 

“Vi ringrazio per aver compiuto il vostro dovere/custodi del bello, guardiani del vero/sono io ad aver torto e voi ad avere ragione/scusatemi se appesto l’aria con la mia canzone”.

Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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