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L’Italia (e Piacenza) è un Paese per vecchi. La “pillola” di economia

Un “giovane” su due a Piacenza e Provincia non lavora, non studia e non fa un corso di formazione, una situazione che definire drammatica è un eufemismo. Una riflessione obbligata per il 2017

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Inizia un nuovo anno e l’appuntamento con le “Pillole di Economia”, la rubrica curata da Mauro Peveri su PiacenzaSera.it serve più che mai a riflettere sul nostro futuro.

Dove vuole andare l’Italia e Piacenza nel 2017? Come offrire una prospettiva ai giovani? Ecco alcune risposte.

L’Italia è un Paese per vecchi

Le ultime negative notizie diramate dall’Istat sullo stato dell’economia italiana e, per una strana associazione d’idee, ma non troppo, ricordando il titolo di un noto film dei fratelli Coen: “ Non è un Paese per vecchi”, mi viene spontaneo fare le seguenti riflessioni.

Nel film tutti i personaggi muoiono giovani e di morte violenta. In Italia i giovani non muoiono ma se non cambiano le cose presto avremo un’intera generazione, compresa tra i 16 i 29 anni, di fantasmi.

Riporto alcuni dati per comprendere quello che sto dicendo. I neet – i giovani che non lavorano, non studiano e non seguono un corso di formazione – in Italia sono circa 2.200.000 cioè oltre il 22% dei giovani compresi tra i 16 e i 29 anni, record mondiale dopo il Messico e la Grecia.

Il grafico che segue, fonte Eurostat, si riferisce al 2014 quando i neet in Italia superavano il 26% e, dopo la Grecia, eravamo il paese europeo con il maggior numero di giovani in questa situazione.
 
 

Per capire quale possa essere la situazione nella nostra Provincia non avendo a disposizione i dati provinciali riporto quelli regionali pubblicati dall’Istat:
 

Tipo dato Incidenza dei giovani Neet di 15-34 anni (non occupati e non in istruzione)
Sesso totale
Tempo e frequenza 2013 2014 2015
Territorio Classe di età      
Emilia-Romagna 15-24 anni   16,47   17,58   15,93
15-29 anni   18,86   20,59   19,09
15-34 anni   18,20   19,81   19,27
18-29 anni   22,51   24,79   22,72

 
I primi due grafici sono completati dai seguenti che ho estratto dalla rivista online “economia e lavoro” della CCIAA di Piacenza.

Il primo analizza l’andamento del tasso di occupazione per fasce d’età nella Provincia di Piacenza:
 

 
 
Il secondo analizza l’andamento del tasso di disoccupazione per fasce d’età nella Provincia di Piacenza.
 

 
Analizzando i due grafici la disoccupazione giovanile, nella fascia tra 15 e 24 anni, nella nostra Provincia ha raggiunto a fine 2016 il 32% e se a questa sommiamo i neet potenziali, 15,93% registrati in Emilia Romagna (non ho dato provinciale), otteniamo la non invidiabile cifra del 47,93%. Alzando l’età a 29 anni la percentuale dei disoccupati più gli scoraggiati (chi non lavora e non studia) supererebbe sicuramente il 50%.

Un “giovane” su due a Piacenza e Provincia non lavora, non studia e non fa un corso di formazione, una situazione che definire drammatica è un eufemismo.

Eppure ci sono tanti giovani con un curriculum vitae interessante (laurea, master, conoscenza delle lingue), ma, in misura sempre crescente, questi cercano fortuna all’estero, e spesso la trovano, perché in Italia è diventato quasi impossibile trovare un’occupazione coerente con la propria specializzazione.

Tralascio di commentare quanto detto dal Ministro del lavoro Poletti sui giovani italiani che vanno a studiare / lavorare all’estero perché voglio pensare sia stato un semplice errore di comunicazione.

Le cause della mancanza di lavoro per i giovani sono sempre le stesse: mancanza di progetti, di fondi, mancato riconoscimento del merito. In questa situazione che definire drammatica è cosa ovvia vi sembra normale che l’ex Governo abbia varato una riforma pensionistica, la cosiddetta APE, che introduce per alcune categorie sociali la possibilità di anticipare l’uscita dal mondo del lavoro?

Secondo il Presidente dell’Inps Tito Boeri, non certo un boiardo di stato vecchia maniera, questa riforma costerà alla collettività qualcosa come 44 miliardi di euro.

In un Paese come l’Italia, in cui le risorse per definizione sono scarse, vi sembra logico investire tutti questi soldi per anticipare di 2/3 anni l’uscita dal Mondo del lavoro di alcune categorie di cinquantenni, invece di adottare misure per ridurre la disoccupazione giovanile?

Tengo a precisare che secondo gli economisti non esiste alcuna relazione tra l’uscita anticipata dal mondo del lavoro e la diminuzione della disoccupazione giovanile, in buona sostanza dunque i lavoratori che usufruiranno dell’APE non saranno sostituiti da giovani disoccupati o neet.

I posti di lavoro, soprattutto per i giovani, si creano, molto più faticosamente, non abolendo i voucher o ripristinando l’art 18 ma rendendo questo Paese più competitivo e adottando misure economiche e sociali che producano sviluppo.

1 – Aumentando per esempio il tasso d’istruzione dei giovani: investendo sulla scuola e sulla formazione. Oggi l’Italia con il 25,3% dei cittadini laureati è ultima in Europa, dove la media è del 38,7% (Fonte: rapporto Eurostat del 2015). A questo proposito sottolineo il fatto che il 70% dei laureati magistrali intervistati ad un anno dal titolo è regolarmente occupato.

2 – Modificando la qualità dei piani di studi e la formazione degli insegnati della scuola e in particolare delle università, favorendo l’incontro con la domanda di nuove professionalità proveniente dalle imprese. Oggi nel mercato del lavoro non si trovano figure professionali molto richieste come esperti con conoscenze tecniche, matematiche, informatiche, digitali, mentre il mondo della Scuola continua a produrre “tonnellate” di studenti con una preparazione tradizionale.

A questo proposito può essere utile riportare un’esperienza che conosco da vicino. Mia figlia si sta laureando in medicina. Se dovesse finire a luglio 2017 dovrebbe aspettare fino a febbraio 2018 per effettuare l’esame di stato (otto mesi), senza il quale non potrebbe esercitare l’attività di medico per cui ha studiato sei anni. Qualora superasse tale esame potrebbe esercitare la propria attività soltanto in particolari strutture: Rsa e Terme.

Per poter fare il medico a tutti gli effetti (medico ospedaliero o della “mutua” come si diceva un tempo) dovrebbe infatti specializzarsi. La specializzazione, tranne alcuni casi specifici, dura ben cinque anni.

Ma per entrare in specialità dovrebbe superare un altro test d’ingresso, che si tiene solitamente in luglio e quindi a distanza di almeno un anno dalla laurea (anno perso).

L’esame in questione è molto selettivo considerando che viene superato da circa il 50% degli aventi diritto. Ricordo che il medico laureato è solitamente un individuo già super selezionato: difficile test d’ingresso per l’accesso alla facoltà di medicina (uno su dieci entra) e piano di studi impegnativo della durata di 6 anni, cui si somma l’esame di stato.

L’ulteriore importante selezione per entrare in specialità non è determinata dalla necessità di avere medici super qualificati rispetto al resto del mondo, o dal numero di professionisti di cui necessità il nostro sistema sanitario, ma semplicemente da un problema di budget.

I medici che entrano in specialità, quando va bene a oltre 25 anni, sono pagati circa 1.500 euro al mese (e ci mancherebbe altro visto che lavorano a pieno regime e forse più di altri comprese notti ecc. senza, ovviamente, poter lavorare in altre strutture).

Per questa ragione il nostro servizio sanitario non può permettersi di aumentare la quota di medici inseriti in specialità nonostante ve ne sia un fortissimo bisogno.

Badate bene che in questo momento la sanità italiana è in una fase molto critica perché il pensionamento di un’intera generazione di medici e il mancato turn over (cioè la sostituzione delle uscite con nuove assunzioni) sta creando una situazione drammatica di mancata copertura del numero dei medici necessari al funzionamento degli ospedali per cui, probabilmente in un prossimo futuro, il nostro Paese dovrà importare medici dall’estero.

Dunque mentre il nostro sistema sanitario soffre perché ha un numero di medici specializzati insufficienti nello stesso tempo impedisce ai medici laureati, già super selezionati, di entrare in specialità.

La conseguenza di quest’assurda programmazione è che i medici laureati, che non entrano in specialità, sempre più spesso andranno a lavorare all’estero dove è più facile entrare in specialità e dove lo stipendio base è il doppio o il triplo di quello che percepirebbero in Italia mentre noi saremo costretti a importare medici indiani, pachistani ecc..

Ora mi chiedo: chi sono in Italia i responsabili di questa disastrosa programmazione? Non potremmo prevedere in Italia un test d’ingresso selettivo anche per chi vuole far politica?

Perché in Italia è possibile fare il Ministro dell’Istruzione e della Sanità senza possedere un diploma di laurea, ma non tutti i medici laureati possono entrare in specialità per esercitare la professione per cui hanno studiato con profitto e superato l’esame di Stato?

Buone feste a tutti.
 

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

 

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