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Rogue One: A Star Wars Story, un bel regalo di Natale RECENSIONE

Ambientato subito prima del primo film (Star Wars Una nuova speranza), Rogue One racconta una piccola e fondamentale storia ovvero come i ribelli siano venuti in possesso dei piani di costruzione della stazione spaziale La Morte Nera (che poi diventa un leitmotiv della saga)

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Rogue One: a Star Wars Story è come un regalo di Natale azzeccato: per una volta non devi fare la faccetta di circostanza ma tiri fuori un bel sorriso convinto e quasi incredulo.

Perché anche se non sei un fan sfegatato in questi anni li hai visti tutti e ti sei sorbito di tutto, persino le scene col tramonto rosso sul lago di Como (che hanno il mio voto come punto più basso mai raggiunto in tutta la saga e credo persino nell’universo espanso).

Ma ho pazientato e sono stata ricompensata con un filmone molto simile alla prima trilogia, quella originaria, della quale riprende costumi, luoghi, personaggi ed è tutto così anni ’70 che potrei avere ancora 7 anni (anche se no, non l’ho visto al cinema il primo film, non avrei capito niente così come non capirebbe niente un bambino piccolo se andasse adesso a vedere Rogue One – che peraltro, pur essendo portatore di un forte messaggio di speranza, è un film molto cupo).

Ambientato subito prima del primo film (Star Wars Una nuova speranza), Rogue One racconta una piccola e fondamentale storia ovvero come i ribelli siano venuti in possesso dei piani di costruzione della stazione spaziale La Morte Nera (che poi diventa un leitmotiv della saga).

E’ un dietro le quinte insperato Rogue One, con un pugno di protagonisti più ribelli dei ribelli, che come sempre hanno una unica possibilità, una missione suicida, un piano traballante, sono pochi, sparuti e male armati ma mai come qui in questo momento vanno contro tutto e tutti, contro un primo regime che è l’Impero e contro un secondo regime che è l’Alleanza ribelle, per un ideale contorto non ufficiale, per un legame di sangue, per un senso di lealtà e di amicizia, per aver fatto cose che non si volevano fare, per aver obbedito a ordini ai quali non si sarebbe voluto obbedire.

Questo è in realtà uno dei punti deboli del film, le motivazioni dei personaggi sono un po’ labili, soprattutto quelle della coppia (riuscitissima) Chirrut Imwe e Baze Malbus, una specie di ninja cieco e il suo amico, che si uniscono al gruppo dei ribelli in maniera un po’ fortuita e poco comprensibile.

Altro elemento non esaltante è un inizio un po’ confuso in cui vengono introdotti nuovi mondi e nuove ambientazioni.

Ma è tutto veniale in un film che è una storia di sacrificio, da quello del padre a quello della figlia a quello dei ribelli a quello dei singoli. I ribelli “ufficiali” avranno una possibilità grazie ai ribelli veri (come dice una scena tagliata dal film ma presente nel primo trailer la protagonista dice “questa è una ribellione no? E allora io mi ribello”).

Ed è lei la vera ribelle, la protagonista Jyn Erso (una credibile Felicity Jones), la figlia del traditore, lei la bambina chiusa nel buco e abbandonata non una ma due volte, addestrata come un soldato, senza tetto né legge.

Senza forza, perché la forza non si vede è una cosa in cui si crede, la forza è una fede: il cristallo kyber di Jyn è solo un gioiello, la forza è “la forza degli altri”.

Come quella di Vader che quando compare lo noti e che nelle sue poche scene, che raccontano finalmente anche qualcosa di nuovo su cosa fa Vader quando non strangola sottoposti o prende a spadate i nemici, sparge carisma e timore come polvere nell’atmosfera.

Ed è quella l’atmosfera che si respira durante tutto Rogue One: terrore, paura, rassegnazione, sconfitta (le stature dei Jedi affondate nella sabbia). Gli anni non sono passati invano e l’immaginario di questo film pesca personaggi, ambientazioni costumi dall’universo espanso, da The Clone Wars la serie animata, dai videogiochi, dai fumetti, ma si nutre anche di Game of Thrones e della saga di Peter Jackson (Vader abita evidentemente a MORDOR).

E infatti, come diceva il nano Gimli ne Il ritorno del re: “Certezza di morte. Scarse possibilità di successo. Che cosa aspettiamo?”.

Con questo spirito Rogue One si candida ad essere il Mucchio Selvaggio della saga di Star Wars (Peckinpah mi perdona perché sa che ho il gusto dell’iperbole danneggiato): pur essendo sempre leccato e pulito e ricco e sfarzoso è un film che ha coraggio.

Ed un sacco di momenti esaltanti: i personaggi ricostruiti in CGI, l’ammiraglio calamaro che non è Ackbar ma chi se ne frega l’importante è che sembri Ackbar e Forest Whitaker che fa il ribelle pazzo con un look che per un attimo mi ha fatto pensare a Mad Max e poi ho cominciato a immaginare uno Star Wars diretto da George Miller e anzi tutti i prossimi Star Wars diretti da George Miller e, gente, erano meravigliosi.

Lo so che è impossibile, lo so che il franchise è in mano alla Disney, ma a cosa serve un film come questo se non a lasciarti sognare?

Barbara Belzini
tw: @BarbaraBelzini

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