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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

Sully, film rigoroso che “spacca” RECENSIONE

Ti aspetti il momento sentimentale, il momento epico, il momento patetico, la musica in crescendo, ti aspetti Invictus in un certo senso. E invece no. E no, non è cinema coreano che ti prende per la sedia e ti shakera per due ore. E’ roba tradizionale

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Sully  (Clint Eastwood)

In questo mese in redazione uno dei temi caldi è stato “Ma Eastwood è completamente bollito o ha ancora qualcosa da dire?”

Perché se si guarda l’ultimo decennio del nostro, da Invictus (che è veramente zero ispirato e zero emozionante quando probabilmente voleva essere l’esatto opposto) in avanti si annega nella retorica e un po’ anche nella noia. Guardando i titoli più recenti (quella cosa un po’ new age che è Hereafter, J.Edgar e lo scanzonato ohibò Jersey Boys) mi viene quasi da rivalutare American Sniper.

Però però negli anni 2000 ci sono titoli molto molto belli, su tutti Mystic River, Lettere da Iwo Jiwa, Gran Torino e anche Million Dollar Baby ci metterei, pur con quel residuo un po’ dolciastro che lascia in bocca.

E in ogni caso, Sully spacca. Il film, basato sulle memorie del protagonista Chesley Sullenberg, racconta la storia dell’”eroe dell’Hudson”, un pilota che, dopo uno scontro in aria con un gruppo di uccelli, decide, in 208 secondi, di non avere tempo per tornare ad un qualsiasi aeroporto e invece di ammarare sul fiume Hudson per salvare la propria vita e quella dei suoi 154 passeggeri. In 208 lunghissimi secondi durante i quali la città vede un aereo volare a bassa quota tra i palazzi. Nel 2009. Brividi.

Ora, a chi, come me, non sa niente di aerei, verrebbe da pensare “va beh, è un fiume, è largo, è giorno, che problema c’è?” Invece no, è una manovra pericolosissima che generalmente non lascia neanche un sopravvissuto, figurarsi 155.

Comunque, da questo punto in avanti tu spettatore assuefatto ti aspetti delle cose e Sully (il film) non le fa.

Ti aspetti il momento sentimentale, il momento epico, il momento patetico, la musica in crescendo, ti aspetti Invictus in un certo senso. E invece no. E no, non è cinema coreano che ti prende per la sedia e ti shakera per due ore. E’ roba tradizionale.

Ma fila via secco e dritto come dicevano le signore sedute davanti a me parlando del vero pilota (“L’hai visto da Fazio?” “Ah sì, che bel signore, alto e dritto come un fuso”). Sully è un film rigorosissimo, che senza trucchetti e senza mezzucci trasmette perfettamente la tensione del prima, durante e dopo l’incidente.

Che usa Hanks per la maschera dell’uomo affidabile e onesto che si è costruito nel corso di una lunga carriera. Che non si permette neanche una battuta, neanche un tocco di umorismo, tranne la chiusa del finale, affidata a un giustissimo a sua volta Aaron Eckhart.

Quando ho visto Sully ho commentato su Facebook: “Superato quel momento iniziale in cui ti chiedi ma da quando esattamente Tom Hanks sembra uno sul punto di fare “Sul lago dorato”, Sully è un film così secco e rigoroso ed essenziale che per tutto il film ho pensato “Greengrass” (il regista di Bloody Sunday, Jason Bourne e di United 93, noto per il suo stile documentaristico, che peraltro nel 2013 ha lavorato con Tom Hanks in un not so memorabile Captain Phillips).

Con “la superbia totale che alligna solo in terra di cinefilia” (grazie, Daniel Pennac), pochi inesorabili minuti dopo un mio amico mega cinefilo e molto più bravo di me ha scritto questa cosa che riporto esattamente e che mi sembra la miglior cosa che non avrei potuto scrivere mai “Scusa, Barbara ma Greengrass un film come “Sully” non riuscirebbe a farlo nemmeno se glielo disegnasse Eastwood inquadratura per inquadratura.”

Bisogna sempre imparare dai migliori.

Barbara Belzini
tw: @BarbaraBelzini

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