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Economix: Viviamo nel migliore dei mondi possibili?

Secondo una ricerca di Paul Dolan, oggi noi, a differenza di quello che pensa la maggior parte dei cittadini, viviamo nel migliore dei mondi possibili.
Un’affermazione forte, che ci viene spiegata facendo ricorso a dati statistici, su scala mondiale

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Viviamo nel migliore dei mondi possibili?

Paul Dolan, professore di Scienze comportamentali alla London School of Economics and Political Science, ha pubblicato di recente una ricerca, secondo la quale le società contemporanee, quelle del benessere diffuso, hanno una visione alterata della realtà che le circonda. Complici i social network, ma anche un sistema informativo che manifesta ormai da tempo una scarsa capacità predittiva degli eventi.

Secondo la ricerca di Dolan, oggi noi, a differenza di quello che pensa la maggior parte dei cittadini, viviamo nel migliore dei mondi possibili.
Un’affermazione forte, che ci viene spiegata facendo ricorso a dati statistici, su scala mondiale.

Nel 1970 il 60% delle persone viveva sotto la soglia di povertà, nel 2015 il dato è sceso al 9,6%. L’aspettativa di vita nel 1950 era di 48 anni, mentre oggi è di oltre 71; nel 1960 ogni mille bambini nati, 181 morivano prima dei cinque anni, nel 2015 siamo intorno a 45. Anche per la scolarizzazione si è registrato un miglioramento: 65 anni fa gli analfabeti erano il 64%, oggi non superano il 15%. Di dati simili se ne possono citare molti.

Nonostante i dati ci evidenzino una situazione di miglioramento, l’idea che molti cittadini hanno dell’epoca attuale, è quella di un periodo di declino.

Se il mondo va meglio, perché allora abbiamo la sensazione che vada peggio? Le spiegazioni che vengono offerte sono sostanzialmente due: la natura dei cambiamenti e la sfiducia nel futuro.

Dolan spiega che i cambiamenti positivi avendo un andamento lento e costante, non trovano spazio nei mezzi di discussione ed informazione pubblica, quindi sono considerati poco rilevanti.

Martin Seligman, professore di Psicologia all’università della Pennsylvania, invece spiega cha abbiamo sfiducia nel futuro perché è fuori dal nostro controllo individuale. Le nostre società sono in continuo mutamento, a causa anche dell’innovazione tecnologica, che ci cambia i punti di riferimento e che ci dà l’impressione di non avere il controllo di ciò che ci accade intorno, e quindi di essere in una condizione di declino.

Le considerazioni dei due professori sono di sicuro interesse scientifico, ma non affrontano il problema nella sua interezza, ne danno una visione parziale.

Leggi l’articolo “Italia a rischio fallimento?” del 3/4/16

Il problema ritengo stia nella definizione di declino. Quando impariamo che vengono sprecati miliardi in opere pubbliche di “pubblica inutilità”.  Quando impariamo che la sanità spreca, in varie forme, il 25% delle risorse ad essa destinate. Quando i nostri imprenditori sono letteralmente bloccati da burocrazia, una finanza invisibile ed un’imposizione fiscale insostenibile.

Quando impariamo che i nostri risparmi vengono bruciati da banchieri inaffidabili (tra il 2008 ed il 2014 gli Stati Europei hanno sostenuto il settore bancario per una cifra pari a circa 800 miliardi di euro). Quando impariamo che la Mafia Spa sta entrando a pieno titolo nell’economia reale.

Quando impariamo che in un futuro non molto lontano l’INPS non sarà più in grado di erogare le pensioni (al ceto medio, non ai privilegiati del corporativismo occupazionale). Quando ci rendiamo conto che i fenomeni corruttivi frenano lo sviluppo. Quando impariamo che è in aumento il numero di cittadini in stato di povertà assoluta.

Ebbene, come dobbiamo definire tutto ciò? Che viviamo nel migliore dei mondi possibili? Che abbiamo una visione alterata della realtà che ci circonda?

Consiglierei ai due esimi professori di uscire dalle loro aule, di rinunciare anche solo per qualche settimana ai loro privilegi, e di aprire gli occhi. Probabilmente si renderanno conto, che un mondo migliore di questo, è per lo meno auspicabile.

Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)

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