Jazz, al Bettinardi tra i gruppi vittoria per Blackish e Jimbo Tribe foto

Nemmeno il tempo di godersi i festeggiamenti per i 10 anni di storia, che il Milestone di Piacenza si rituffa subito nel mondo del jazz italiano. E lo fa con una serata particolare

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Nemmeno il tempo di godersi i festeggiamenti per i 10 anni di storia, che il Milestone di Piacenza si rituffa subito nel mondo del jazz italiano. E lo fa con una serata particolare, la quattordicesima edizione della sezione dedicata ai gruppi del Chicco Bettinardi, concorso nazionale destinato ai giovani talenti del jazz italiano.

Una ventina di ragazzi sotto i trentacinque anni, giunti da tutto il paese, con una nutrita rappresentanza dell’Italia centrale, comprese le zone recentemente terremotate: studiosi di conservatorio ben pettinati, ma anche hipster con barba fluente e giovanissimi ragazzi alternativi che sembrano uscire da un concerto rock a Seattle. 

Mondo curioso, quello del jazz italiano. Mondo vivo, vivace e ricco di idee e di progetti: sono state trentadue le proposte musicali passate al vaglio dall’instancabile da Gianni Azzali, padrone di casa e presidente del Piacenza del Jazz Club, e dal suo staff, nell’ambito delle quali sono state selezionati i sei gruppi protagonisti della finale.

Qualche decina di candidature anche per i concorsi riservati ai solisti, sul palco sabato prossimo 21 gennaio, e ai cantanti, protagonisti della serata di sabato 28 gennaio, sempre al Milestone. Tre gustosi antipasti del Piacenza Jazz Fest, rassegna di livello internazionale che avrà inizio a fine febbraio e si protrarrà tra concerti e iniziative parallele fino ad aprile.

Niente giurati dal commento sarcastico ed immediato sul modello dei talent modaioli, ma una giuria seria e competente presieduta dal grande musicista Tino Tracanna, affiancato dal compositore Giuseppe Parmigiani, l’esperto Jody Borea e i giornalisti Oliviero Marchesi, Giancarlo Spezia e Lorenza Cattadori di Musica Jazz, Pietro Corvi di Libertà e Paolo Menzani del nostro Piacenzasera.

In palio un ingaggio per il prossimo Piacenza Jazz Fest per il primo classificato e premi in denaro per primo e secondo gruppo; una targa, invece, per il gruppo vincitore del Premio del pubblico. 

Ad aprire la serata musicale gli A-Trio, unico trio in competizione, proveniente da Roma e composto da Gianluca Massetti al pianoforte, Dario Giacovelli al basso elettrico e Moreno Maugnani alla batteria.  Gioco di parole indovinate, in quanto la proposta musicale sembra provenire da un atrio o una sala di aspetto di un’elegante spa: per loro gli inediti “Giuseppe” e “Redwood”, e come standard la mitica “Stardust”, la “canzone che parla di una canzone d’amore” scritta nel 1927 da Hoagy Carmichael.

Secondi a salire sul palco ancora dei ragazzi romani, i Jimbo Tribe di Torvaianica, composti da Lewis Saccocci al pianoforte, Dario Piccioni al contrabbasso e Nicolò Di Caro alla batteria. Il primo inedito, “La penna di Brad”, è un omaggio esplicito al loro nume tutelare Brad Mehldau, ispiratore dei fraseggi al pianoforte e delle melodie anche del secondo inedito “Djoesaphat” e dell’arrangiamento dello standard “Nardis”.

Curiosamente Nardis è lo standard, obbligatorio per regolamento, su cui cade la scelta anche dei Blackish, quartetto di Chieti che vede la voce della cantante Miriana Faieta insieme a Christian Mascetta alla chitarra, Pietro Pancella al basso elettrico e Michele Santoleri alla batteria: soluzione originale del gruppo abruzzese quello di aggiungere al classico di Miles Davis un cantato per la voce intensa e soave di Miriana, protagonista anche negli inediti “View in Pieces” e “I Got Lost”.

La proposta meno tradizionale e più difficilmente inquadrabile è quella degli Eazy Quartet, quartetto di Fabriano (Ancona) con Alessio Migliorati al flauto, Marco Punzi alla chitarra, Francesco Marchetti al contrabbasso e Fabrizio Carriero alla batteria. Il flauto la fa da padrone su un tappeto ritmico ipnotico nei brani originali “Knoten” e “Betty meets Alexander”, e nella versione proposta del classico “Caravan” del trombettista dell’orchestra del “Duca” Ellington Juan Tizol.

Progetto più convincente, con un taglio molto fusion, quella dei G SUS, quartetto multietnico nato a Bologna, formato da Giacomo Ferrigato alla chitarra, Filippo Bubbico al pianoforte, Basili Vyasa al contrabbasso e Youssef Ait Bouazza alla batteria. Omaggio al grande Jaco Pastorius il brano originale “Giacomino’s Way”, affiancato da “Fil’s Breath” e dallo standard proveniente dal repertorio di Herbie Hancock.

Chiudono la rassegna i  Motus Quartet, formazione di Ascoli Piceno alla prima esibizione assoluta davanti ad un pubblico: a dispetto della giovane età, il loro appare un progetto già ben definito. Al sax tenore Fabio Della Cuna, in passato protagonista al Bettinardi come solista, al pianoforte Mattia Parissi, al contrabbasso Emanuele Di Teodoro e alla batteria Andrea Ciaccio; per loro le composizioni originali “Spirits” e “W – 56” e lo standard “Yes or no”, brano del 1964 di Wayne Shorter contenuto nell’album “JuJu”.

Sei storie, sei progetti musicali diversi e articolati. La giuria premia Blackish e Jimbo Tribe, in rigoroso ordine alfabetico (la graduatoria precisa verrà rivelata solo a festival concluso, ad aprile); in sintonia anche il pubblico, che premia i Jimbo Tribe. 
Appuntamento a sabato con i solisti.

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