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La “mia intervista” a Giorgio Perlasca, eroe e un po’ “faccia di bronzo” foto

Giorgio Perlasca, prima di diventare lo "Schindler" italiano, il protagonista del libro di Enrico Deaglio "La banalità del bene", alla fine degli anni '80 fu intervistato da un giornalista piacentino, Ippolito Negri

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Giorgio Perlasca intervistato prima di diventare lo “Schindler” italiano. Ancora prima che la sua incredibile storia finisse nelle pagine del libro di Enrico Deaglio “La banalità del bene”. Alla fine degli anni ’80, quell’intervista la fece un giornalista piacentino, Ippolito Negri.

Nessuno allora conosceva Perlasca e nessuno ne aveva raccontato le gesta durante la guerra, in quei giorni a cavallo tra il ’44 e il ’45 nella Budapest sotto il controllo dei nazisti, con il regime delle temibili “Croci frecciate”. 

Uomo d’affari per conto di una ditta italiana che commerciava carne, confidando nel suo rapporto privilegiato con i diplomatici franchisti, Perlasca si spacciò per console spagnolo nella capitale ungherese e riuscì a salvare la vita – facendoli espatriare – 5mila di ebrei ungheresi.

Una vicenda a tratti surreale, che Perlasca riferì pochissime volte prima dell’uscita del libro di Deaglio. Una di queste avvenne nell’estate di 28 anni fa

In occasione della Giornata della Memoria, ci siamo fatti raccontare da Ippolito Negri – giornalista di lungo corso ed ex caporedattore al Giorno e al Resto del Carlino – quell’incontro straordinario, sortito un po’ per caso, con un signore anziano – classe 1910 – che si trovava in vacanza a Levico Terme insieme alla moglie. 

Era il 31 luglio del 1989 e Ippolito allora lavorava a “La Notte”, l’ultimo quotidiano “della sera” con la sede a Milano e due edizioni pomeridiane. “Lavoravo come corrispondente – ricorda – da Piacenza, in quel periodo mi chiesero tuttavia di fare servizi anche al di fuori della mia città.

Così una mattina mi telefonò il direttore di allora, non ricordo se era Carlo Palumbo o Cesare Lanza, e mi parlò di questo Giorgio Perlasca, un italiano che era appena stato inserito nell’elenco dei “Giusti tra le nazioni” dello Yad Vashem, ovvero i non ebrei che si prodigarono per salvare gli ebrei dal genocidio. Non c’era nessun’altra informazione”.

“Vai e intervistalo – mi dissero dal giornale – è lì vicino a te”. “In realtà non era poi così vicino – fa notare Ippolito – visto che si trovava in vacanza a Levico Terme, in provincia di Trento. Ma eravamo in estate, da Milano nessuno aveva voglia di muoversi verso il Trentino, pensarono che io da Piacenza, evitando l’imbuto del traffico milanese, me la sarei sbrigata prima”.

“Così mi misi in auto e partii al buio. Inutile rammentare che allora non c’erano cellulari, non c’era internet. Sapevo soltanto che Perlasca era in villeggiatura in un paese che contava cento alberghi. Ma quando arrivai, ebbi un vero colpo di fortuna. Mi recai subito al posto di telefono pubblico del paese: era proprio l’albergo dove alloggiavano i coniugi Perlasca”.  

“Lo incontrai – ricordo – nella sala da pranzo dell’albergo, e mi concesse l’intervista insieme alla moglie. Trascorremmo due ore parlando della sua permanenza in Ungheria durante la guerra e della sua attività di commerciante di carne, mi tratteggiò la vita avventurosa e un po’ spavalda di un uomo d’affari senza tanti scrupoli, con un gran fiuto per il denaro”. 

“Ebbi la netta sensazione – aggiunge Ippolito – che la presenza della moglie lo trattenne nel fornirmi tutti i dettagli della sua sua incredibile vicenda di impostore, dei suoi rapporti molto stretti con l’ambasciatore spagnolo in Ungheria, che per primo aveva iniziato quello che poi Perlasca avrebbe continuato in maniera spregiudicata: la concessione di salvacondotti a centinaia di ebrei di Budapest.

Probabilmente a cementare questa amicizia – compresi – non c’era solo la militanza di Perlasca nelle milizie franchiste e le sue simpatie per il fascismo, ma anche l’amore per le belle donne”. 

Una volta fuggito in Svizzera l’ambasciatore Sanz Briz, il sodale italiano assunse la nuova identità di “Jorge Perlasca” e il ruolo di diplomatico spagnolo a Budapest, favorendo l’espatrio di migliaia di ebrei altrimenti condannati a morte dallo sterminio nazista.

“Mi raccontò questi fatti – spiega Ippolito – con grande semplicità, si inventò questo ruolo diplomatico naturalmente per proteggere se stesso anche perchè, nonostante fosse rimasto fascista, non aveva mai simpatizzato per i tedeschi.

Dalle sue parole e pure dal suo atteggiamento, mi sono fatto l’idea che Perlasca in quelle circostanze eccezionali sfruttò tutta la sua abilità di commerciante, e un po’ anche la sua ‘faccia di bronzo’. Affrontò una situazione estrema con il coraggio e con la sfrontatezza di chi è abituato a rischiare, anche solo per affari”.

“Credo che la definizione di Deaglio della banalità del bene – fa notare – nel suo caso sia azzeccata. Perlasca in fondo agì in maniera “banale”: capì che c’erano tante persone che rischiavano di morire e fece quello che era nelle sue possibilità per aiutarle. Senza capire che stava facendo qualcosa di straordinariamente grande”.

Probabilmente non lo aveva ancora compreso nemmeno quell’ultimo giorno di luglio del 1989. Allora nessuno dei grandi giornali – salvo La Notte e i giornali locali di Padova, dove Perlasca viveva – diede la notizia del riconoscimento concesso da Israele tra i Giusti.

L’intervista di Ippolito Negri uscì il 3 agosto, con la foto – scattata dallo stesso Negri che pubblichiamo – in un taglio medio.

L’anno successivo la sua storia approdò in tv a Mixer di Giovanni Minoli sulla Rai con l’inchiesta di Enrico Deaglio, poi diventata un libro “La banalità del bene” edito da Feltrinelli. Perlasca morì pochi mesi dopo, nel 1992. 

Dieci anni dopo anche il grande pubblico della televisione vide Perlasca in azione con le sembianze di Luca Zingaretti nella fiction televisiva prodotta dalla Rai. 

“In questi giorni un amico ha postato su Facebook la prima pagina de “La Scure” – riflette in conclusione Ippolito Negri – l’allora quotidiano di Piacenza con il titolo a tutta pagina della promulgazione delle leggi razziali, e ho pensato ai tanti che non fecero nulla e si adeguarono attivamente a sostenerne le idee. Ne abbiamo avuti tanti, anche tra eminenti figure piacentine del tempo”. 

Mauro Ferri
 

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