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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

“Silence” di Scorsese, forse manca il cuore. La recensione

Silence appartiene a quel filone scorsesiano di film religiosi, come L’ultima tentazione di Cristo del 1988, Kundun del 1997, e parzialmente anche Al di là della vita del 1999

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Sono due giorni che mi struggo sulla recensione di Silence di Martin Scorsese e finalmente ho trovato il punto: mi sento in colpa perché non ho amato questo film. Che pure gronda senso di colpa e quindi dovrei amarlo pazzamente. E invece no e quindi mi struggo e mi chiedo perché. Perché ovviamente adoro Martin Scorsese ma chi non adora Martin Scorsese e il profondo amore che questo regista ha per il cinema stesso.

Silence appartiene a quel filone scorsesiano di film religiosi, come L’ultima tentazione di Cristo del 1988, Kundun del 1997, e parzialmente anche Al di là della vita del 1999. Indipendentemente dal tema, non è un film che parla a tutti e parlarne è tutt’altro che semplice.

Dato per scontato che ci troviamo di fronte a un’opera di indiscusso valore, la storia degli ultimi due padri gesuiti portoghesi che vanno in Giappone a cercare il loro vecchio mentore padre Ferreira, sospettato di aver rinnegato la fede cristiana e di essersi convertito al buddismo e integrato con la società giapponese, non annoia mai nonostante una durata di quasi tre ore.

Tratto dal libro omonimo dello scrittore giapponese Shusaku Endo, Silence parte bene, con il racconto delle persecuzioni e delle torture dei religiosi, poi la narrazione si immerge nel raccontare la storia dei due preti, ingabbiati e nascosti anche quando sono liberi, del loro incontro con i fedeli, della religione praticata di notte, dei simboli religiosi microscopici.

Il racconto delle persecuzioni si svolge appunto nel silenzio assordante di Dio. E’ un film sul tormento dell’anima più che del corpo e infatti Andrew Garfield, che interpreta il ruolo più complesso, quello di Sebastião Rodrigues, il prete con più dubbi, quello che consiglia ai fedeli di abiurare piuttosto che farsi ammazzare, non viene torturato, sono gli altri ad essere torturati a causa sua.

Dicevamo quindi un film dove abbonda, di pari passo con il cristianesimo, il senso di colpa e quindi dovrei andarci a nozze e invece no, e come mai no? Perché è zeppo anche di momenti ripetitivi? Perché trovo il protagonista Andrew Garfield un attore povero di mezzi per una caratterizzazione di questo tipo? Perché il tema non mi appassiona (ma evidentemente anche la visione non mi coinvolge)?

Ad esempio, anche la tensione che si crea aspettando l’ingresso di padre Ferreira, raccontato come una figura mitologica, è vanificata da un personaggio interpretato da Liam Neeson che decisamente sprigionava più carisma e sintomatico mistero nei panni di Qui-Gon Jinn, il mentore di Obi-Wan Kenobi ne La minaccia fantasma (che ci conferma il debito dei film di George Lucas nei confronti del cinema giapponese).

Il segaligno Adam Driver alle prese con il più rigido padre Francisco Garupe sembra invece a suo agio, ma in generale la prova migliore è quella degli attori giapponesi sia quando interpretano i fedeli perseguitati che quando interpretano gli aguzzini dell’Inquisizione.

Mi aspettavo un film faticoso ma mi aspettavo anche un film più intrigante, più memorabile. Alla fine il film che Scorsese ha voluto fare per trent’anni è un film da rispettare e ammirare, ma l’amore no, quello non lo ispira. Scorsese é un padre del cinema contemporaneo per i suoi film terreni, per il percorso cristologico di Jake LaMotta piuttosto che per quello di padre Rodriguez. 

Questo film ha tutto il mio rispetto e la mia ammirazione. Ma non ha il mio amore.

Barbara Belzini
@barbarabelzini 

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