A Cives “il potere e la politica a Piacenza” L’INTERVENTO

Lezione dedicata a un tema non proprio agevole quella del corso "Cives" venerdì 11 febbraio: "Il potere la politica a Piacenza". Relatori due giornalisti, il direttore di PiacenzaSera.it Mauro Ferri e il collega di "Libertà" Marcello Pollastri.

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Lezione dedicata a un tema non proprio agevole quella del corso “Cives” venerdì 11 febbraio: “Il potere la politica a Piacenza”. Relatori due giornalisti, il direttore di PiacenzaSera.it Mauro Ferri e il collega di “Libertà” Marcello Pollastri. 

Di seguito riportiamo il testo della relazione di Mauro Ferri

Grazie per l’invito,
 
Mi scuserete se il mio approccio non sarà sistematico e assai poco lineare, ma non è certo una lezione sul potere e la politica a Piacenza quella che mi accingo a svolgere.
 
Faccio il giornalista da ormai 15 anni a Piacenza da un osservatorio assai peculiare. Non sono soltanto direttore di una testata online come PiacenzaSera.it, la prima fondata ormai 10 anni fa nella nostra provincia, ma anche l’editore di me stesso e quindi piuttosto libero da condizionamenti di potere.
 
Vorrei iniziare con una provocazione, come premessa al mio discorso: il potere è un concetto positivo. Potere è capacità di comandare, ma anche di fare sintesi, è capacità di unire intorno a una visione condivisa.
 
Parlando con il Prof. Paolo Rizzi, in preparazione di questo incontro, è saltato fuori il celebre concetto di “poteri forti”, ormai un luogo comune quando si parla di politica e condizionamenti.
 
Ho ripensato così alla recente campagna referendaria e alle accuse che il fronte del No rivolgeva a quelli del Sì: “Con voi sono schierati tutti i poteri forti”.
 
Sappiamo come è finita, ha vinto il No con un ampio margine. E i poteri forti? Non sono poi così forti allora…
 
Voglio così completare la mia provocazione iniziale: magari ci fossero davvero questi “poteri forti”.
 
I poteri forti sono tali anche in chiave positiva, sono quelli in grado di portare avanti una visione, un sistema di interessi, un insieme di valori, perché hanno la forza e l’autorevolezza per farlo.
 
Invece – secondo il mio parere – quello a cui abbiamo assistito negli ultimi anni anche a Piacenza, paradigma di una media città delle provincia italiana, è una progressiva – concedetemi questo termine – destrutturazione del potere.
 
Cosa significa? Che al posto di poteri organizzati, in competizione tra loro, ma in grado di confrontarsi e di essere ricondotti a una sintesi dalla politica, oggi ci troviamo di fronte un’accozzaglia (per usare un termine assurto a celebrità di recente) di poteri deboli. Che hanno perso rappresentanza e credibilità, che poi la combinazione indispensabile per qualsiasi potere che si rispetti.
 
Cosa è un centro di potere? Ne esistono diversi sul nostro territorio. Non credo che si debba andare lontano per identificarne uno. Ad esempio questo luogo, l’Università Cattolica è un luogo certamente influente per la nostra comunità. Perché forma la futura classe dirigente del nostro territorio e spesso la esprime direttamente, con sindaci nel passato e assessori comunali attuali.
 
Un altro centro di potere del territorio è la Chiesa. Per l’influenza sullo spirito e sui costumi, e naturalmente la capacità di muovere le coscienze. Ma anche un’istituzione secolare come la Chiesa è entrata in profonda crisi di potere: a dispetto di Papa Francesco e della sua carica innovatrice e vitale.

Basti guardare ad uno dei temi più importanti del nostro tempo, quello dell’accoglienza. Prevale nella società un sentimento diffuso di paura, diffidenza, alimentato dall’enfasi di certi media. Il contrario di quello che va dicendo la Chiesa, quasi in solitudine. E per fortuna che ci sono le parrocchie e la Caritas che vanno controcorrente anche nelle opere concrete. 
 
In una provincia come quella di Piacenza, il sistema dell’informazione è un altro centro di potere. E’ un sistema che conosco assai bene, perché ne faccio parte con il mio lavoro: lo scenario è uscito completamente stravolto negli ultimi 10-15 anni. La nostra città ha una storia particolare, con un giornale-istituzione come “Libertà” che ha incarnato indubbiamente un importante pezzo di potere.

La stampa libera ha un ruolo fondamentale per il funzionamento della nostra democrazia, si parla di democrazia “informata” proprio perché solo attraverso la circolazione delle notizie e il pluralismo, ciascuno di noi può formarsi un’opinione. Il potere concentrato nel quotidiano istituzione di Piacenza si è andato tuttavia progressivamente indebolendo negli ultimi anni.

Intanto perché il giornale cartaceo ha perso copie, e poi ha perso il monopolio delle notizie che oggi arrivano prima via web, attraverso diversi mezzi, e – aggiungo – ha perso anche in autorevolezza.

La mia opinione è che “Libertà” sia un giornale che invece di cercare di rappresentare tutte le anime di un territorio, oggi sia diventato una sorta di giornale-partito, preoccupato prima di tutto di rappresentare se stesso, di difendere la propria quota di mercato sempre più minacciata dagli altri media. E’ comprensibile, ma è un altro potere forte che è diventato debole.
 
Ma veniamo all’altro tema della nostra conversazione, la politica.

La crisi che vi sto raccontando naturalmente riguarda anche la politica. Screditata, svilita, messa in discussione come professione. La politica non è solo potere, ma è soprattutto la capacità di tenere insieme, mediare e ricondurre una sintesi improntata al bene comune, gli interessi spesso divergenti espressi da quei centri di potere, che ho accennato prima. Questo tipo di politica a mio avviso è entrata in profonda crisi.
 
La sintesi delle varie pulsioni del potere, la mediazione fra interessi diversi e talvolta divergenti era in capo alla politica: ai partiti che esprimevano una classe dirigente, che approdava alle istituzioni le faceva funzionare, portando al governo idee, propositi, visioni. Che si confrontava con la società, con gli altri poteri, ne rappresentava le istanze e le faceva proprie se le condivideva oppure le contrastava.

Oggi la questione non è più così lineare è molto più complicata. Innanzitutto per una ragione: la politica non si fa quasi più al fuori delle istituzioni.

I partiti sono scomparsi o sono ridotti a gruppi ristretti di interesse intorno ad amministratori locali. I canali della partecipazione tradizionale sono entrati in crisi e all’orizzonte non si sono ancora profilate valide alternative.

C’è un passaggio cruciale rispetto alla politica su scala locale che ha cambiato molte delle carte in tavola: l’introduzione nel ’93 dell’elezione diretta del sindaco. Una riforma riuscita, una delle poche in Italia, che ha portato stabilità e governabilità in tante città italiane, come Piacenza.

Ma la crisi della politica e dei partiti ha lasciato sempre più spesso i sindaci soli. Non solo chiamati fare le scelte amministrative, ovvero tradurre in pratica indicazioni programmatiche, ma anche a fare la parte che facevano i partiti: elaborare un programma, una visione, definire delle politiche per la città. Compiti che non spettano agli amministratori, o comunque non solo a loro.

Sindaci che sempre più spesso sono lasciati soli nelle decisioni, e che scelgono di non decidere. Perché non ne hanno la forza e la legittimazione che viene dal consenso organizzato.

Una situazione che è ben rappresentata da una vicenda di questi giorni. Riguarda un semaforo a Piacenza al centro di un tragico incidente qualche settimana fa. In consiglio comunale si discute anche di questo semaforo e il sindaco si rimette alle decisioni dell’aula per stabilire se questo semaforo debba essere acceso o spento.

Non trovate paradossale che un’amministrazione comunale, per una scelta banale come la definizione del regime semaforico di un incrocio, si debba rimettere all’assemblea?

Il rischio vero allora è che si amministri rassegnandosi a gestire soltanto il contingente.

E il vero potere forte rimasto è quello del particolare, ovvero l’egoismo.

In conclusione, cosa serve per ripristinare una dialettica virtuosa tra i poteri in una comunità locale? E’ una questione complicata e per la quale non voglio certo azzardare una risposta semplice o di comodo.

Certe vicende nazionali di queste settimane ci hanno dimostrato – ammesso che ce ne fosse bisogno – che quella dell’onestà come unico requisito per fare politica è soltanto una favola. La politica è spesso scontro di potere, ma questo ha senso se all’orizzonte c’è un senso profondo e radicato del bene comune e una strategia di sviluppo e di crescita per la Piacenza dei prossimi anni.

Per questo servono fondamentamente tre cose:
una classe dirigente in parte rinnovata e competente;
tanta formazione;
e una nuova etica quotidiana della responsabilità, anche e soprattutto fra gli operatori dell’informazione.

Come diceva Calvino nelle “Città Invisibili” occorre “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Mauro Ferri

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