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Sforza Fogliani: “Aggregazioni obbligate per le piccole banche, i numeri dicono il contrario”

Pubblichiamo l'intervento uscito su "Milano Finanza" del presidente di Assopopolari Corrado Sforza Fogliani in tema di aggregazioni bancarie. Ecco il testo

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Pubblichiamo l’intervento uscito su “Milano Finanza” del presidente di Assopopolari Corrado Sforza Fogliani in tema di aggregazioni bancarie. Ecco il testo

“Tanti dicono che le banche piccole devono aggregarsi. I numeri indicano che non è così”

Trump, nei suoi primi atti di governo, ha invertito la rotta anche sul settore bancario (per questo è inviso al pensiero unico internazionale). E’ chiaro che le piccole banche — una tradizione, negli Stati Uniti — vanno incoraggiate e difese dai colossi bancari anche statali (quelli che — inondando il mercato di titoli subprime sulla base di una legge che vedeva Obama tra i deputati firmatari — hanno determinato la crisi mondiale nella quale ancora ci dibattiamo, in Italia in particolare).

Le community bank — come chiamano là i piccoli istituti — possono esibire margini in aumento di un buon 10% (contro il 7 del sistema locale). Ma da alcune aree dell’Europa giungono segnali non molto diver-si. La rivista londinese The Banker (che fa capo al Financial Times) ha ufficialmente riabilitato il modello bancario cooperativo, assegnando per il 2016 a due realtà di questo tipo (una è quella del gruppo finlandese OP Financial e l’altra è quella del francese Bpce) il premio riservato alle banche dell’anno.

Il primo ha messo a segno un aumento dell’utile netto pari al 40%. Per il secondo, la stessa voce di bilancio è cresciuta dell’11%. Il tutto in un quadro innovativo di riguardo: per i finlandesi, la scelta del modello bancassicurazione ha fruttato un aumento dei clienti del 4% in un anno; quanto ai francesi, si tratta del primo gruppo bancario dell’Eurozona a offrire servizi di pagamento tramite lo smartphone della Apple.

Sono fatti che dimostrano quanto era già emerso al Convegno mondiale della cooperazione svoltosi a Quebec nello scorso autunno: le banche cooperative crescono rigogliose in tutto il mondo.

Solo in Italia sono osteggiate. Ma perché questo? La spiegazione ufficiale è quella del pensiero unico: fondersi per rafforzarsi, per patrimonializzarsi. Ma a spingere questo obiettivo, non si sa se sia più il desiderio di fuggire da responsabilità (in nome del dio mercato e della dea borsa, poi capiti quel che capiti) o il preciso obiettivo della finanza internazionale di impossessarsi del mercato, da rendere poi — anche per singoli territori rimasti senza banca locale — oligopolisti, e pesantemente carenti di credito, come già avviene nel Mezzogiorno d’Italia.

In effetti a quest’ultimo proposito è sotto gli occhi di tutti quel che sta avvenendo nelle territoriali in trasformazione: dilagano i fondi anglosassoni («unificati» da gestioni italiane), con tanti saluti peri piccoli azionisti subito, e per i piccoli imprenditori dopo (se le cose non cambieranno). 

A parte le ragioni degli obiettivi suggeriti (o in vario modo — diciamo così — avvalorati), i dati pubblicati da questo giornale lo scorso 4 febbraio indicano che le banche popolari escluse dalla riforma (che sono anche le maggiori del settore, ma per le altre — anche se sarebbe sufficiente la constatazione già fatta — il discorso non cambia) esibiscono tutte un indice di patrimonializzazione superiore (in certi casi di gran lunga) a quello dei più grossi gruppi bancari italiani (uno solo dei quali si differenzia un po’ dagli altri nel Ceti Ratio).

Con la differenza, ancora, che le Popolari hanno — nel confronto — una redditività invidiabile e, più ancora, un rapporto sofferenze/impieghi altrettanto (se non ancora più) invidiabile, grazie alla conoscenza del territorio che contraddistingue le banche locali. Ancora: nel 2016 le Popolari hanno sostenuto le imprese no profit e le Associazioni del Terzo settore con impieghi per 2,8 milioni di euro, con una crescita superiore a14%, in controtendenza rispetto a quella nazionale (diminuzione del 4,4%); un dato che si estende anche alla crescita della quota di mercato degli impieghi del Credito Popolare verso la stessa realtà, con un aumento, sempre nell’ultimo anno, di 2,5 punti percentuali e arrivando così al 31%.

Infine, Banche Popolari e Terzo settore rappresentano un comparto di circa 300 mila imprese, quasi un milione di addetti, e altre 4,5 milioni di volontari. Quanto alla patrimonializzazione il dato medio delle Banche Popolari del Core Tier 1 ratio è pari al 15%, contro un dato richiesto dalla normativa prudenzia-le europea del 7%, mentre il Total Capital ratio è pari al 16% contro il corrispondente limite richiesto dalla normativa europea al 10,5%.

Sono dati, quelli appena menzionati, che meriterebbero di essere tenuti in considerazione. Da politici e com-mentatori in primo luogo.

da MF Milano Finanza

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