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Pausa caffé con Nereo Trabacchi: Perdere la faccia

Ecco il racconto di Nereo Trabacchi. 

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“Perdere la faccia”

di Nereo Trabacchi
 
E dalla mezzanotte di quel giorno, da quel preciso istante deciso da un dio per chi lo aveva, da una malattia misteriosa per la scienza o da un evento ripetuto per gli storici più eruditi, i volti di tutte le persone iniziarono a cancellarsi. I lineamenti facciali, di ogni abitante umano della Terra, cominciarono dapprima a distendersi negli ebeti e artificiosi sorrisi di lifting eccessivi, poi simularono maschere appiattite dal terrore maturato in un risentimento contro il fato che toglieva l’individualità ad ognuno per rendere tutti uguali nella stessa nullità di una coccola di ginepro.

Anche il colore razziale, da sempre segno distintivo di etnia, provenienza e società, si amalgamò per tutti, ma proprio per tutti, in un grigio conchiglia asciutta, così asettico e anonimo da poter concorrere per omonimia alla tristezza acciaiosa del fondale di una gavetta vuota sotto gli occhi di un soldato affamato. Solo fori. Cinque fori cadauno, per ogni persona, rimasero sulle teste al posto delle orecchie per udire, degli occhi per guardare e della bocca per nutrirsi ed emettere nuovi toni di stridula voce terrorizzata e in falsetto, ma necessaria, per domandarsi cosa stesse accadendo e quale sarebbe stato il futuro di quella ormai anonima umanità. Ovviamente il primo grosso problema fu il non potersi più riconoscere tra umani con tutta la conseguente sfilza di domande che i cervelli e i cuori dovettero iniziare a porsi per la prima volta nella storia delle storie conosciute.

Chi si amava, poteva ancora farlo? Una grande prima prova necessaria a comprendere quanto si amasse per aspetto e quanto per interiorità. Si poteva amare il sorriso di un bambino, e ancora oggi il suo ricordo, ma dopo il “grande appiattimento”, come fu rinominato il fenomeno, era necessario imparare ad amare le persone per quanto davvero erano, in altro, e in altro ancora, e poi in altro ancora. Chi aveva pregiudizi raziali dovette far di necessità virtù e trovare differenti fonti di avversione, antipatia e apatia. Le fisicità rimasero immutante, quindi un primo segno istintivo fu il ritorno a una certa naturalità: vedersi nudi, o il più scoperti possibile, facilitava il riconoscimento. L’epidermide facciale però, raggiunse una certa gommosità, così giusto per facilitare le cose, e sulla sua superficie non era quindi possibile applicare trucchi o tatuaggi, come qualcuno tentò per riconquistare la propria individualità…

Trascorsero diversi anni, e poi ancora un po’ di tempo, dove l’umanità si abituò a tutto questo, si mescolò nel pentolone della piccola Terra come minuscoli pezzetti di spezie di un complicato piatto etnico dalle centinaia di varianti e di sapori, scordandosi i canoni di bellezza, caratterizzazione, facce belle, facce brutte, facce colorate, facce simpatiche, facce odiose, facce di culo, facce, quando dalla mezzanotte di quel nuovo giorno, da quel preciso istante deciso da un dio per chi lo aveva, da una malattia misteriosa per la scienza o da un evento ripetuto per gli storici più eruditi, i volti di tutte le persone iniziarono a rimarcarsi. I lineamenti facciali, di ogni abitante umano della Terra, dapprima cominciarono a delinearsi negli ebeti e artificiosi sorrisi di lifting eccessivi, poi simularono maschere appiattite dal terrore e poi sfociarono nelle vecchie origini, invecchiate dall’aggiunta del tempo trascorso e, nei nuovi volti mai conosciuti di coloro che nel frattempo erano nati. Ma ormai l’umanità, non potendosi nel frattempo riconoscersi, si era mischiata, riprodotta, caratterizzata epidermicamente e caratterialmente in una sola razza, senza distinzioni dettate dai tradizionali canoni di peculiarità che per millenni avevano influito sulla sua stessa storia ora cambiata, dopo questi anni di “grande appiattimento”, giungendo alla facile, quanto da sempre banale conclusione, di una sola a unica nuova Genesi, uguale per tutti…

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