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Pausa caffé con Nereo Trabacchi: Piacenza e un sacco del tempo

Ecco il racconto di Nereo Trabacchi. 

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Piacenza e un sacco del tempo
di Nereo Trabacchi 

Leggendo questa storia, tutti coloro che non credevano possibile viaggiare nel tempo, ora si ricrederanno. Chi invece non ne dubitava, probabilmente rimarrà deluso dal metodo, ma avrà conferma delle proprie ragioni. Il “Tempo”, da sempre quanto di più impalpabile dall’essere umano dopo la propria anima, crea in noi frustrazioni fisiche, morali e mentali.

C’è chi tenta di fermarlo o almeno rallentarlo con tiraggi facciali e secchiate di vernice sulla testa. C’è chi tenta di ingannarlo, facendo qualcosa di diverso, chi vuole comprarlo pensando che quello di tutti sia in vendita. C’è chi lo perde e chi poi cerca di ritrovarlo come ha fatto Proust. Chi il tempo lo batte agli altri per mestiere, e chi invece se ne prende in gran quantità nella certezza che non prendere mai una decisione, sia una decisione presa con coscienza. C’è chi inconsciamente non vuole ammettere a se stesso che ne abbiamo a disposizione una quantità limitata, pensando che la morte sia un incontro che nella vita non avverrà. C’è chi cerca di risparmiarne il più possibile, senza forse aver bene compreso come nessuno sia mai riuscito a costruire un salvadanaio dove conservarlo, e poi solo dopo molto di questo tempo, si pente di non averlo utilizzato per cose “vere”, ma nel mentre, si è trasformato in aceto come accade anche al migliore dei vini conservato troppo a lungo.

Era il Natale del 1954 e a Piacenza nevicava davvero forte in quei giorni. Le strade erano minate di buche piene di acqua ghiacciata, ma il calore umano che si respirava nel centro della città era quasi palpabile. A neppure una decina di anni dalla fine della guerra, l’ottimismo era talmente radicato, da non rendere neppure immaginabile come in un futuro prossimo di solo 60 anni tanti nodi sarebbero ritornati nelle gole di tanti cittadini.

Ma questa è un’altra storia. Una camionetta Fiat delle poste stava effettuando le sue consegne mattutine, quando il conducente centrò con un pneumatico una profonda buca in via S.Franca, perdendo dal portello posteriore, sempre semi aperto per velocizzare le operazioni di scarico, un sacco di juta colmo di missive lungo la strada. Poco dopo, l’ottuagenario Federico Serbelli, eroe di guerra, vedovo di fresco, senza prole per scelta egoistica, di ritorno dal Caffè Italia in Piazza Cavalli per il classico cordiale di aperitivo, vide quel sacco abbandonato proprio davanti al portone di casa sua al civico numero 1.

Lo raccolse e una volta portato nel suo salone lo aprì. Conteneva centinaia di lettere; lettere di auguri, lettere di amore, lettere disperate prima di un suicidio, lettere di commiato, lettere di congratulazioni, lettere tra persone conosciutesi durante l’appena terminata guerra, lettere di ufficializzazione di morte presunta di persone scomparse durante lo stesso conflitto. Per Federico Serbelli aprire e leggerle divenne immediatamente qualcosa di ossessivo compulsivo. Andò avanti tutto il giorno e tutta la notte, senza mangiare e bere, interrompendo quel meraviglioso studio della vita, solo quando la sua vescica davvero non ce la faceva più.

Arrivò l’alba, e ogni lettera, con ogni sua emozione di amore, rabbia, amicizia, eroismo e disperazione, era diventata parte integrante del suo stato d’animo ora molto più ricco di quanto non lo fosse stato solo poche ore prima. Capì subito che non le poteva tenere, capì subito che tutte quelle vite andavano restitutite ai legittimi proprietari, così le rimise nel sacco e lo chiuse nel suo armadio con l’idea di recarsi al mattino seguente presso l’ufficio postale dopo un sonno ristoratore.

Ma da quel sonno, il più sereno dopo anni, Federico Serbelli non si risvegliò mai più. Solo dopo 20 anni, nel 1974, al termine di una lunga causa legale tra i nipoti per l’eredità, l’armadio di Federico Serbelli fu riaperto e il sacco fu ritrovato. Subito compreso di cosa si trattasse, una delle nipoti affascinata dal suo contenuto, rispedì dentro nuove buste con nuove affrancature, le lettere ai medesimi indirizzi, nella speranza che i destinatari fossero ancora lì, per accoglierle.

Molti di loro erano morti, altri trasferiti a indirizzi diversi, se non addirittura in città lontane. Ma coloro che riuscirono finalmente a ricevere le missive, furono letteralmente catapultati in un tunnel temporale. Alcuni si trovarono a versare lacrime su lettere, parole, sentimenti che persone non più in vita da anni, avevano spedito loro. Avevano ricevuto una lettera da un morto. Qualcuno scoprì  in quel momento di essere sposato con l’attuale marito, solo perché non aveva ricevuto la più bella dichiarazione di amore che avesse mai letto da un vecchio spasimante. Un paio di reduci, aprirono di loro pugno la propria errata dichiarazione di morte.

Un tizio residente sul Facsal, a soli pochi passi da dove era caduto il sacco, finito in rovina per colpa di un socio che lo aveva truffato, dopo anni di sofferenze e tentativi di togliersi la vita, si trovò a stringere un assegno come liquidazione di una ricca eredità ricevuta, su cui ora non aveva più alcun diritto, per il semplice fatto che non esisteva più. Viaggiare nel tempo è quindi possibile, per quanto poco probabile, e con mezzi molto differenti da quelli che la fantasia o fantascienza, spesso ci portano a pensare. Infatti, basta un pezzo di carta ritardatario, a cambiare una vita, per scoprire che “esistono sempre altre opzioni e che in questo non solo c’è un significato, ma addirittura un che di sacro acceso della stessa forza che illumina.”

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