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Jazzfest, il sax melodioso di Mr. Golson al President foto

Mr. Golson è quello che chiunque non conosca questa musica può immaginarsi sia il jazz, e lo è senza tema di smentita, senza nessuna divagazione e al massimo livello

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Mr. Benny Golson è un signore di quasi novant’anni piccolo e un po’ curvo, che si muove lentamente, ma sempre a tempo, lungo il palco.

Osserva da vicino le mani di ogni musicista durante gli a solo e approva energico ogni passaggio, con passione e vera meraviglia, nonostante nella vita abbia visto suonare e suonato con chiunque. E’ un signore che si siede e, prima di ogni brano, con la voce profonda e divertita, racconta lunghi aneddoti estratti da una vita a sua volta lunga e ricchissima.

Chiacchiera, troppo secondo la moglie che ha da ormai sessant’anni, genuino, senza presunzione, con la reale volontà di condividere un mondo. Racconta di Clifford Brown, straordinario trombettista, genio matematico, scacchista, suo amico e morto a soli 25 anni in un incidente d’auto. E racconta che il pezzo che ha scritto per lui, uno standard ovviamente, “I remember Clifford”, ha avuto più di cinquecento incisioni.

E racconta di quando scrisse “Whisper not”, uno standard ancora, uno tra i tanti suoi inseriti nel Real Book, e del momento in cui Dizzy Gillespie, alle sue spalle mentre scriveva tutto di getto in soli venti minuti, disse che il brano gli piaceva parecchio e cominciò a suonarlo in concerto. E di come i critici siano impazziti per interpretare, per capire cosa significasse una cosa che in realtà non significava nulla.

E poi imbraccia il sax tenore e diventa agilissimo, suona un jazz completamente dentro la tradizione, con un suono caldo e pienissimo di armonici, melodioso e pieno di brio. Golson è la quint’essénza di questa musica, la sua definizione più completa.

Contiene tutta l’armonia della musica da ballo ma anche il portato di anni di sperimentazioni, delle sue prove al pomeriggio assieme all’amico John Coltrane. Ha una struttura semplice: il tema, l’assolo del primo strumento, il suo, poi quello a scendere di pianoforte, contrabbasso e batteria.

Mr. Golson è quello che chiunque non conosca questa musica può immaginarsi sia il jazz, e lo è senza tema di smentita, senza nessuna divagazione e al massimo livello lo si possa pensare.

Il concerto di venerdì sera al President di Piacenza, il quart’ ultimo di questo Jazz fest davvero di grande livello, è stato uno spettacolo per appassionati di questo mondo. Una serata piena di nostalgia ma anche di grande musica, calda e ricca di passione. Assieme a Golson un trio di altissimo livello.

Innanzitutto Antonio Faraò, un pianista di grandissimo valore internazionale, che ieri sera ha dimostrato di essere uno dei migliori interpreti dello strumento in circolazione. Assoli straordinari, raffinatissimi musicalmente, ma al contempo sempre estremamente attenti a rispettare il leader e i suoi brani, sempre dentro al solco della tradizione senza rinunciare alla qualità.

E la qualità si è vista a pieno, liberata da qualsiasi dovere, nell’unico pezzo fatto in trio “what is this thing called love” nel quale tutta la torrenziale energia musicale del suo pianoforte si è scaricata sulla sala e su Golson divertito e compiaciuto.

E poi Gilles Naturel al contrabbasso, puntuale e di grande sensibilità sia a supporto che nei suoi frequenti assoli. Infine Doug Sides alla batteria, della stessa generazione di Golson con il quale condivide anche la passione per la tradizione jazzistica e l’energia creativa, profonda e sempre fresca nonostante l’età.

Un concerto che ha offerto la possibilità agli appassionati di sentirsi a casa, di scavare dentro l’anima di questa musica fino agli strati più profondi, quelli nei quali, in genere, sta il suono di un tenore dal timbro caldo rassicurante. Una grande occasione di respirare il mood del grande jazz del novecento americano.

Fabio Boiardi

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