A Transumanza la “principessa pop” di Violetta Bellocchio foto

Domenica, nell’ambito del Festival Transumanza di Piacenza, Violetta Bellocchio ha presentato il suo ultimo romanzo “Mi chiamo Sara, vuol dire principessa”, edito da Marsilio, tornando, di fatto, in uno dei luoghi di ambientazione del libro

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Domenica, nell’ambito del Festival Transumanza di Piacenza, Violetta Bellocchio ha presentato il suo ultimo romanzo “Mi chiamo Sara, vuol dire principessa”, edito da Marsilio, tornando, di fatto, in uno dei luoghi di ambientazione del libro, perché Sara, la ragazzina protagonista, viene da Settima.

Sono gli anni ’80, a Settima c’è forse un bar e un ufficio postale e questa 13enne che ha finito a malapena la terza media scappa di casa lasciando ai genitori una lettera che dice di non preoccuparsi, che va a fare l’attrice a Roma, che telefonerà quando si sarà sistemata. Invece va a Milano con lo scopo preciso di incontrare il dj Antonio, che ne resterà affascinato e la lancerà in una carriera da piccola popstar dell’effimero.

Intervistata da Mauro Molinaroli, la Bellocchio esordisce così: “Sara ha il carisma della ragazzina selvatica che non ha niente di perdere. Sapevo tre cose di questo personaggio: che era stata famosa per poco tempo perché era stata bruciata nell’arco di sei mesi in un mercato per teenager che non investiva sulle carriere, che era passata attraverso un grande cambiamento, e che dopo questo giro sulle montagne russe doveva avere un lieto fine. Per il libro ho fatto un lavoro di ricerca piuttosto divertente tra Discoring e l’ambientazione delle discoteche di Milano negli anni’80”.

Sul fatto che il libro è piuttosto esplicito sul sesso con una minorenne: “Dopo la prima stesura mi è apparsa in sogno una popstar anni ’80 piuttosto nota che mi ha detto è abbastanza accurato, ma abbiamo fatto molto peggio di così. Quindi ho approfondito e scavato, pensando che forse stavo sfiorando la pedopornografia, che il libro sarebbe arrivato sui tavoli delle case editrici, che forse non avrei mai più potuto scrivere, ma poi ho pensato boh, al massimo torno a scrivere memoir, cosa che mi hanno chiesto in molti editori”.

Sul fatto che il libro è scritto in prima persona: “La prima persona fa prendere vita alla mia scrittura. Ho trovato una voce vera scrivendo in prima persona di fatti miei in modo piuttosto brutale. Se questo libro fosse un film vedremmo tutto in soggettiva dal punto di vista di Sara. Non volevo fare una storiella sulle ragazzine perdute. E comunque se vuoi lavorare le recensioni non le leggi, come dice Joyce Carol Oates.

In un racconto potentissimo “Dove stai andando dove sei stata?” la Oates racconta di una ragazza adolescente molto timida molto introversa che viene convinta da un personaggio molto losco ad uscire di casa. È una storia molto forte e potente. Recentemente ho fatto un’intervista doppia con Teresa Ciabatti (candidata al Premio Strega per “La più amata”, memoir scritto interamente in prima persona) e abbiamo scoperto di essere entrambe molto legate a Joyce Carol Oates. Del resto, la Oates e la Didion cominciano a scrivere negli anni ’60 parlando di ragazze in un momento in cui c’era molta curiosità su questo tema.”

Sul fatto che Sara venga da Settima: “Negli anni’80 da un posto del genere, senza Internet né social né nessun accesso al mondo esterno se non la televisione, Sara può solo scappare. Eppure quando a un certo punto nel romanzo ha un momento di intimità e condivisione con un coetaneo, gli racconta delle sue origini. Si affida a qualcuno e parla delle proprie radici. Senza acrimonia, senza problematiche, la sua è una famiglia normale. Il suo amico le risponde “Nessuno diventa mai famoso se non viene da un posto lontano e triste” Il suo rapporto con le sue radici è semplicemente anticonvenzionale.

Sul suo lavoro di editor (ha gestito per due anni un blog “Abbiamoleprove” che pubblicava solo storie di autofiction al femminile e ha curato la raccolta di racconti “Quello che hai amato”, 11 storie vere di donne, inclusa la sua, edita da Utet nel 2016 che conteneva storie di Nadia Terranova, Giusi Marchetta, Claudia Durastanti): “Fare l’editor mi piaceva molto, con Abbiamoleprove, che gestivo praticamente dal mio divano, pubblicavamo addirittura una storia al giorno. Probabilmente era un periodo buono, non avevo l’ansia di dover dimostrare niente”.

Su “Il corpo non dimentica”, il memoir del 2014: “Il corpo non dimentica ha attirato su di me molta attenzione per il tema più che per la scrittura. Era appena uscito ed ero già a presentarlo dalla Bignardi a “Le invasioni barbariche”. Parte del motivo per cui l’ho scritto è stato anche che volevo provare come ci si sentiva a stare sotto le telecamere e sentirmi un oggetto, una sorta di preparazione a questo libro, che sto accompagnando in giro adesso”.

La Bellocchio sa, e lo dice, che Il corpo non dimentica è ad oggi il suo libro migliore, con una scrittura potente, forte, decisa, coraggiosa. Al netto del tema, è la scrittura che colpisce.

Questo nuovo romanzo è sempre tremendamente ben scritto, con immagini potenti. Però. Poteva essere “Un amore” di Dino Buzzati ambientato negli anni ’80. Poteva essere Hubert Selby Jr. Invece sceglie di abbandonare tutta la potenziale violenza sotterranea per farlo diventare una sorta di Andrea De Carlo.

Invece di lasciare la sua protagonista allo stato in cui era, una bellina senza talento, la fa diventare una artista. Poteva essere un libro sporco e potente e invece è un libro che sembra trattenuto. Poteva far esplodere la violenza e l’ignoranza di quel mondo in quegli anni, e invece è pulitino. Sarà che a me piacciono le esplosioni.

@BarbaraBelzini

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