Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Le Recensioni CJ

Le luci della centrale elettrica con il nuovo album “Terra”, la recensione

Il primo (bellissimo) singolo "Stelle marine", o l'apripista, come l'ha definita Vasco Brondi, ci aveva autorizzato a nutrire grandi speranze. Speranze che non sono state disattese dall'album "Terra"

Più informazioni su

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
“Terra” (2017)

 
“L’acqua si impara dalla sete/La terra dagli oceani attraversati/La pace dai racconti di battaglia”.

Il primo (bellissimo) singolo “Stelle marine”, o l’apripista, come l’ha definita Vasco Brondi, ci aveva autorizzato a nutrire grandi speranze. Speranze che non sono state disattese dall’album “Terra”, forse il lavoro migliore delle Luci dai tempi del debutto.

Non è un caso che lo stesso Brondi la definisca “una città vista dall’alto (una città moderna che prima o poi sarà una città antichissima)”.

Le sue canzoni assomigliano a fotografie, sono una serie di immagini – fatte solo di parole, come in “Coprifuoco” – che meglio di tante altre raccontano il nostro paese, adesso, qui: sotto un cielo blu metallizzato, tra supermercati più grandi delle più grandi moschee, nello sciame digitale.

L’arido o splendido deserto italiano visto anche con gli occhi di chi prova ad arrivarci da fuori (il “Waltz degli scafisti”, che si orientano con le stelle), attratto dai colori scintillanti di una modernità che mostra le sue crepe, gli stessi colori dell’opera di land art di Ugo Rondinone – le Seven magic mountains – in un deserto del Nevada scelta per la copertina.

Rispetto al passato, le rime e gli accostamenti appaiono meno casuali (qualcuno ha inventato il generatore automatico dei testi di Brondi…).

Da un punto di vista più strettamente musicale, lo spoken word di scuola Massimo Volume mantiene un ruolo importante, così come le consuete basi elettroniche, ma ora si fanno spazio melodie ben costruite e ritmi più serrati, come in “Profondo Veneto”, una sorta di rilettura della parabola del vitella grasso a uso della generazione Erasmus, nel folk di “Iperconnessi”, nella balera sgangherata di “Viaggi disorganizzati” e infine in “Qui”, dall’aria vagamente orientaleggiante.

Voto: 7

@GiovanniMenzani

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.