Le Rubriche di PiacenzaSera - Tal dig in piasintein

Pausa caffè con Nereo Trabacchi: Da quel preciso momento, la vita di nessuno fu più la stessa…

Torna la Pausa Caffè con i racconti di Nereo Trabacchi

Piacenza: da quel preciso momento, la vita di nessuno fu più la stessa…
di Nereo Trabacchi

Come da abitudine, Pietro Mori, anche quella mattina alle 6, arrivò fin sull’argine del Po per la consueta passeggiata con il cane. L’aria era asciutta come una ciambella dietetica, e un surreale silenzio abbracciava la zona rendendo obsoleto il termine “ovattato”.

La sede della società di canottaggio era quasi sommersa dal livello del fiume, ma come sempre, se la sarebbe cavata anche a questo giro di piena.

Pietro Mori capì immediatamente che quel giorno qualcosa era fortemente diverso, ma riuscire subito a mettere a fuoco di cosa si trattasse era tutt’altra faccenda. Guardò la coda del cane e notò con piacere come avesse ritrovato una certa vitalità perduta negli anni. Si trattava di un vecchio bracco, recuperato dalla figlia al canile tanto tempo prima e poi lasciato ai genitori una volta sposata e uscita di casa.

Portò ancora lo sguardo sul grande fiume, e poi nuovamente sulla coda del cane. Compì quel repentino cambio d’inquadratura diverse volte in pochi minuti, poi sentì come un formicolio alla base del collo e crollò con le ginocchia dentro il fango dell’argine sussurrando al vento: “Bontà divina!”

Sempre con i pantaloni di vigogna ficcati nella melma, si strofinò la fronte con la mano e quando se la portò davanti agli occhi, per poco l’affanno che lo aveva colpito non si trasformò in un vero e proprio arresto cardiaco: le macchioline scure che la vecchiaia aveva portato sulla sua pelle si erano rimpicciolite fin quasi a sparire. Il cane, che ora gli ronzava attorno abbaiando, era sempre più vitale e oltre a saltare come un cucciolo, il tono del suo latrato aveva perduto la raucedine del tempo e ritrovato lo squillo acuto e fastidioso della giovinezza.

Pietro Mori guardò ancora il grande serpente idrico e finalmente capì; l’acqua non scorreva più nella direzione che aveva seguito per millenni: il suo corso si era invertito… Da quel giorno la vita in tutto il mondo non fu più la stessa perché semplicemente, quanto inspiegabilmente, il senso del tempo si invertì, per ogni essere vivente e ogni elemento della natura.

Solo quanto costruito dall’uomo rimase inalterato, per tutto il resto, dalle 6 di quella mattina, si innescò la retromarcia. Gli ultimi neonati arrivarono fino alle 5.59 e 59 secondi, ma scomparvero subito e non ne nacquero più, ma soprattutto, i morti cominciarono a risorgere e a riprendere le loro retro-vite ringiovanendo gradualmente come gli altri.

Le persone si ritrovarono a ripercorrere a ritroso le loro esistenze, tra scene di gioia per il ritorno dei cari estinti, ma vere e proprie tragedie nel vedere i figli regredire nella vita fino a scomparire. La cosa più straziante fu che conoscendo la precisa data di nascita sapevano l’esatto istante in cui sarebbero rientrati nel ventre materno, il quale sgonfiandosi gradualmente per nove mesi li avrebbe accompagnati verso il nulla da dove erano giunti in concomitanza ad un istante di piacere fisico dei loro padri.

Coppie sposate ritornarono al giorno del matrimonio, ridivenendo promessi sposi e poi fidanzati, e poi sconosciuti al primo bacio. Alcuni di loro sarebbero tornati tra le braccia del primo marito o della prima moglie, rivivendo il tutto al contrario. Gli studi svanirono nelle menti, i libri letti furono dimenticati, i coiti riassaporati e le tragedie rivissute.

Nonostante ogni tentativo, nulla era mutabile e tutto doveva essere vissuto come già accaduto la prima volta. Il tempo non poteva essere cambiato. Le bistecche tornarono a camminare, le uova risaltavano dentro i sederi delle galline e le conoscenze accumulate disperse nell’aria che intanto viaggiava dalla parte opposta.

Governi, eserciti e scienziati cercarono prima una spiegazione, poi di intervenire, ma il tutto nella più completa frustrazione di un’impotenza che al contrario di come eravamo abituati, non portava accumulo di conoscenza, ma la dispersione all’istante di quanto appreso perché faceva parte di un presente che non diventava mai futuro cadendo istantaneamente nel passato.

L’unica cosa positiva era la totale mancanza di caos, sia perché il tempo stesso con la sua inesorabile durezza non lo permetteva, sia perché per la prima volta nella sua storia una fetta di umanità non viveva più nell’incertezza del domani, ma nella sicurezza di “un ieri”, sapendo quindi cosa sarebbe accaduto, e questa fu la lezione più importante, là dove fino alle 6 della mattina di quel giorno le più grandi e atroci paure dell’uomo erano sempre state legate alla sua atavica ignoranza.

Purtroppo non posso più continuare questo racconto e cosa accadrà, o meglio accadde, perché tra poco sarò regredito fino a quell’infanzia quando non sapevo leggere, scrivere e narrare…

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.