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Le Rubriche di PiacenzaSera - Tal dig in piasintein

Pausa caffé: Lettere al direttore. Chi si aggira di notte a Piacenza?

Nuovo appuntamento con Pausa Caffé insieme a Nereo Trabacchi

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Lettere al direttore: chi si aggira di notte a Piacenza?

di Nereo Trabacchi 

Caro direttore, 
era tardi, era buio e uscivo dal ristorante, ma non avevo bevuto: davvero. Ma quando ho svoltato l’angolo di Piazza Duomo, era là, fermo immobile che mi fissava e il sangue mi si è fermato. Io non credevo a questa cosa, alle dicerie della gente… Ma ora sì, ora l’ho visto pure io! 
Ettore

Caro Direttore, 
ero con la mia nipotina di 4 anni. Uscivo dal seggio elettorale, erano circa le 19. Io sono anziana e non cammino molto in fretta, ma quando l’ho visto le posso assicurare che le mie gambe sono di colpo ringiovanite per portare me e la piccola Matilda a casa il prima possibile. Ho passato momenti davvero brutti durante la guerra, e tutti qui nel centro della città. Ma tanto impotente come l’attimo in cui ci ha puntato gli occhi addosso non mi sono mai sentita. Ma cosa fanno le autorità? Perché non intervengono? 
Carla

Caro Direttore, 
io sono una maestra di 34 anni, che guadagna 600 euro al mese per 40 ore alle settimana di lavoro. Nonostante il mio magrissimo stipendio investo 30 euro al mese per comprare ogni giorno il vostro giornale. Vi scrivo questa lettera per dirvi che sono sconcertata del fatto che abbiate deciso di pubblicare le lettere di quei cittadini che continuano stupidamente ad asserire di averlo visto. E’ una presa in giro per noi lettori. Non è possibile che questa cosa sia vera e dato che siamo a Piacenza, e non in un mondo immaginario, vi prego di smettere di pubblicare tutto quello che vi arriva solo per accontentare i lettori vogliosi di pettegolezzi. Tutte bugie quelle, tutte bugie.
Carla

Caro Direttore, 
vorrei rispondere alla lettera di Carla di un paio di giorni fa. Ma come può permettersi di dire quelle cose? E soprattutto cosa c’entra il suo stipendio magro in tutto questo? Lei almeno ce l’ha uno stipendio. Io no. E poi anche io l’ho visto. Stavamo giocando a calcio con alcuni amici nel prato sotto le mura; la palla si è allontanata e quando l’ho seguita era lì che non smetteva di guardarmi. Era come se mi scavasse dentro, ma non mi sono sentito in pericolo forse perché a pochi metri c’erano i miei amici. Ma questa è una cosa vera, assolutamente vera. 
Fabio

Caro Direttore, 
io ho un bar nel pieno centro storico della città. Tutte le mattine alle 5 alzo la serranda e da tre giorni a questa parte, che siano le 4.50, le 5.10 o altri orari, quando arrivo è sempre lì che sembra aspettarmi. Ho parlato con tanti clienti e tutti lo hanno avvistato in ogni angolo della città e in ogni orario del giorno e della notte. Per il momento sembra limitarsi ad osservare e non c’è nessun tipo di contatto, di interazione. I cittadini per primi non cercano certo di comunicare; ma cosa succede se le cose dovessero cambiare? Cosa succede se non si dovesse più solo limitare ad osservare? E poi nessuno osi dire che il problema non era stato sollevato. Io ho dei figli, posso stare tranquillo? 
Sergio

Caro Direttore, 
scrivo per chiedere delucidazioni circa una serie di lettere apparse nei giorni scorsi. Ma di che cosa stanno parlando tutti? 
Sonia

Caro Direttore, 
mi è difficile rimanere celata nell’ombra. La luce dei miei occhi, tutta colpa di questa luce..attira lo sguardo dei cittadini della Tua placida città… sento timore,stupore e un incredibile desiderio in loro. Credo si stiano muovendo in un certo modo per tornare ad essere quelli di un tempo, per avvicinarsi a me. Anche se preferiscono non confessarlo.
Claudia

Caro Direttore, 
anche io sono un direttore, ma di filiale di banca. Come lei ho diverse responsabilità che credo di aver guadagnato sempre come lei con l’esperienza e l’età. Sono una persona a detta di tutti, pacata, disposta al dialogo ed estremamente portata al ragionamento per risolvere. Forse troppo a volte, tanto che questo più che essere una risoluzione tende spesso a divenire un ulteriore problema. Alla luce di questa breve ma doverosa introduzione, ora le dico il vero motivo per cui lei scrivo: l’ho visto. Ero rimasto in ufficio fino a tardi come spesso mi accade. Ero solo. Ai piani inferiori gli uffici, le casse e i caveau erano già sigillati. Alcune revisioni necessitavano di un ulteriore sguardo ed è per questo che ero ancora in banca a quell’ora. Appena terminate le mie cose uscii nel corridoio e fu lì che lo vidi: lì, vicino alla pianta di ficus grassus che il Presidente pretende all’estremità di ogni corridoio. Ma a differenza delle altre testimonianze, a me non fissava. Era lì, inerme, inquietante ma non minaccioso. Un solo e semplice cenno mi ha fatto capire che sa. E ogni suo lettore che fin oggi le ha scritto al riguardo, lo sa bene… 
Carlo Alberto

Caro Direttore, 
quanto amo la libertà di stampa. E quanto sono felice di poter vivere in un periodo storico in cui la stampa può dare voce a “quasi” tutti. Le lettere che in questi giorni state pubblicando sono quanto di più democratico abbia mai visto. Lo so, la prima cosa che viene da domandare è se anche io l’ho visto. No, io non l’ho visto. E se anche questa volta il mio intuito non mi tradisce, credo sia meglio così. Questo certamente non vuol dire che lo vedrò in un futuro vicino o lontano… Ma come si suole dire: “Chi vivrà vedrà”.
Grazie. 
Ugo

Caro Direttore, 
è stato terribile, terrificante, un vero orrore.Ma perché nessuno fa nulla? Io abito dalle parti di via Mazzini e questa notte mentre rincasavo, me lo sono trovato davanti. Ma a differenza di tutti gli altri, a me si è avvicinato e se non avessi cacciato prima un urlo e poi non avessi iniziato a correre come una pazza sono certa ci sarebbe stato un contatto. E se fosse avvenuto? Cosa mi sarebbe successo?
Ma perché tutta la città deve vivere nel terrore? Per quale motivo nessuno fa nulla? Perché? Perché?
Bianca

Caro Direttore, 
ho 8 anni e mi chiamo Daria e faccio la seconda elementare alla scuola Giordani. Io l’ho visto. E anche lui ha visto me, ma secondo me lui aveva più paura di me.
Ciao.
Daria

Caro Direttore, 
io non sono di Piacenza, ma vivo qui da anni oramai, gioco nella vostra squadra di pallavolo. L’altra domenica ero finalmente titolare dopo un lungo infortunio e all’inizio del secondo set è successa una cosa strana. Come se nel palazzetto fosse improvvisamente calato il silenzio e tutti fossero spariti. Quattro mila persone sparite per soli 5 secondi, ma su quel seggiolino nell’ultima fila in fondo quando mi sono girato l’ho visto. E non solo mi fissava… Mi ha fatto un cenno. Credo di aver vissuto il primo vero momento di paura della mia vita. 
Vito

Caro Direttore, 
dia retta a una vecchia. Una vecchia vera. Ho novanta anni suonati e il mio corpo non funziona più in niente, ma il mio cervello sì. Una pronipote sta scrivendo queste parole per me dato che la mia mano non ne vuole proprio sapere di stare ferma, ma mi creda se le dico che ogni parola lucida esce dalla mia bocca. Non ho potuto fare a meno di seguire la vicenda e leggere tutte le lettere che ogni giorno le arrivano e che lei coraggiosamente pubblica. Credo che la mia testimonianza sia importante e ora vi spiego il perché. Anche io l’ho visto, ma non adesso, non ai nostri tempi, sono anni che non esco di casa. Ma tanto, tanto tempo fa. Ero poco più che ventenne ed eravamo in piena guerra. Io abitavo in via XX settembre all’epoca, mio padre era un rinomato sarto ed era lì che aveva la bottega. Da mesi avevamo il vuoto attorno, tutti erano sfollati, ma non la mia famiglia. Non che mio padre fosse un uomo particolarmente coraggioso, ma aveva dei principi così imprescindibili che spesso lo portavano a confondere il coraggio con l’irresponsabilità. Io e le mie sorelle decidemmo di stare al suo fianco. Era una notte molto scura quando iniziarono a suonare le sirene e una voce lontana gridava: “Pippo Pippo”… Era il nome con cui veniva chiamato il bombardiere che passava radente sulle nostre teste. Quella notte la città fu ferita a morte. Parte della piazza del Duomo e dei palazzi che tracciavano il confine con via XX furono letteralmente sventrati. Appena albeggiò io mi recai a vedere le rovine e lì, tra le macerie ancora calde e polverose lo vidi. Era impeccabile nel suo abito scuro. Sì, un abito nero perfetto, pulito che non solo era surreale in mezzo a tanta polvere, ma che in quegli anni era quasi impossibile vedere addosso a qualcuno. Nelle lettere precedenti pareva che nessuno osasse descriverlo, ma uno dei pochi vantaggi di avere 90 anni è quello di poter dire quello che si vuole senza averne paura. Soprattutto la verità. E la verità è pure che il suo viso era duro, severo e giudicante, ma da tante altre cose si potevano dedurre le mille possibilità che ancora ci comunicava. Da quel giorno, dopo quell’incontro la mia vita cambiò per sempre. Ho vissuto nel rispetto e nella fede di quei soli pochi istanti in cui lo incontrai. E se tutti quelli che mi hanno preceduto in questa rubrica si soffermano un istante a ragionare capiranno senza dubbio che cosa sto cercando di dire loro. Ma prima dovranno accostare due cose: la paura e la menzogna verso se stessi. Un abbraccio Direttore.
Adelma

Caro direttore, 
sono Don Gabriele e riesco a scriverle solo ora perché “animi vi etiam maximi cruciatus tolerari possunt”. Mi creda se le dico che mai nulla mi è stato più combattuto come lo inchiostrare questo foglio.
Sappia che la stima che ho per il suo giornale e la sua direzione hanno dato la spinta mancante. Ma torniamo a quello che interessa, che necessita. La questione sollevata dalla cara Adelma non lascia spazio a diverse interpretazioni se non l’originale. L’origine. L’origine dell’anima. L’origine che ognuno di noi decide di dare alla propria anima. Mi creda, non voglio fare discorsi da “prete” anche se solo ora con la penna in mano mi rendo conto quanto sia difficile. Tutti, cattolici e no, credenti e no, servitori del Signore e no, posso, sono in grado di capire cosa stia succedendo qui, nella nostra città. E tutti sono in grado in egual maniera di spiegarlo e soprattutto di giustificarlo. Quelli descritti dai suoi lettori sono semplicemente “gli incontri” con le loro anime. Le loro coscienze. Non che questo non avvenga nel resto del mondo… Semplicemente, in ogni posto avviene in maniera diversa. E qui, noi piacentini, e non, pragmatici e indefessi abbiamo collettivamente scelto il modo che più si poteva avvicinare al nostro essere. Il modo dal quale eravamo certi non saremmo potuti scappare. L’incontro e l’ossessione. La paura auto indotta come vero e unico strumento per “ascoltarci”. E questo avviene da chissà quanto tempo (dal 1943 di certo). E chissà quanti incontrano e non raccontano. Mi sono ripromesso di concludere non da uomo di chiesa, ma essere umano. Un semplice invito a coloro che hanno scritto e non: in un mondo tanto disastrato per il nostro stesso volere, prendiamo un po’ più di tempo e di forza per un sorriso in più, per una parola gentile in più. Prendiamo il tempo per ragionare sulle nostre fortune nel rispetto di chi queste fortune non le ha. E credetemi, questi incontri beceri con le nostre pesanti anime non solo smetteranno, ma saranno sostituite da una vera ondata di benessere fisica che va oltre le parole astratte di un uomo di chiesa. Chiaramente se le cose non dovessero essere come vi ho appena spiegato; se la verità dovesse essere completamente diversa, allora vorrebbe semplicemente dire che siamo… davvero perduti.
Con affetto.
Don Gabriele

FINE

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