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“Quell’America surreale dopo gli attentati dell’11/9” IL RACCONTO

Roberto Dassoni, videomaker e giornalista piacentino, racconta l’America sconvolta dagli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono nell’era pre social e agli albori di internet. 

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Roberto Dassoni, videomaker e giornalista piacentino, racconta l’America sconvolta dagli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono nell’era pre social.

Dassoni era in volo quell’11 settembre 2001, diretto a Los Angeles per ritirare un premio. Nella testimonianza che abbiamo raccolto Roberto Dassoni parla di come si diffuse la notizia degli attacchi terroristici e di come reagirono gli Usa, davanti a quello che purtroppo fu il primo attentato nei confronti dell’Occidente messo in atto dall’estremismo islamico. 

Piacenza –  “Ero in volo, l’11 settembre 2001, diretto a Los Angeles per ritirare un premio: il mio cortometraggio “L’amore in macchina” si era aggiudicato un prestigioso riconoscimento allo Spyworm Festival.

Ma invece di atterrare nella Città degli Angeli abbiamo fatto scalo a Calgary, Canada. Le informazioni fornite dal personale di bordo erano state approssimative, ci era stato spiegato che lo spazio aereo sopra gli Stati Uniti era stato chiuso.

Il fatto di essere di fronte a una situazione molto grave era quindi evidente, tanto più che guardando fuori dai finestrini, in fase di atterraggio, ci siamo accorti di essere affiancati da due caccia. Uno scenario che poteva significare o l’inizio di una guerra o un disastro ambientale”. 

Nel 2001 ovviamente nessuno aveva a disposizione cellulari e tablet connessi alla rete internet, e l’unico modo per ottenere informazioni su quanto stesse accadendo, una volta scesi dall’aereo, è stato quello di affidarsi a supporti tecnologici ormai d’antan. 

“C’era una grande confusione: il nostro era un volo Alitalia, questo significa che i miei compagni di volo erano in gran parte connazionali, per lo più provenienti dal Meridione in attesa di incontrare i propri parenti emigrati negli Usa. Siamo stati tutti ammassati come un gregge, le nostre valige gettate direttamente sulla pista…il tasso di emotività generale, vista la situazione, era decisamente sopra le righe.

Tra tutti spiccava una ragazza irlandese, con un taglio alla Sinead O’ Connor, che aveva con se’ una radiolina. L’ha subito accesa per cercare informazioni e ci ha poi spiegato cosa fosse successo. Non appena ci siamo passati queste informazioni, si è subito diffuso il panico, anche se le hostess e il personale di terra si sono subito prodigati per rassicurarci”. 

“Quando sono riuscito finalmente a telefonare a casa in Italia ormai era notte e i miei erano disperati, perché non erano riusciti ad avere nessuna informazione sul mio volo. In realtà durante tutta la giornata i radar erano stati fuori uso. Io e i miei compagni di viaggio siamo rimasti bloccati a Calgary per qualche giorno, in un hotel messo a disposizione dalle autorità perché non era possibile viaggiare. Gli aeroporti sono infatti rimasti chiusi per diverso tempo.

Nonostante la paura e la tensione di quei momenti, io non me la sono sentita di restare chiuso in albergo come ci era stato consigliato, ma ho approfittato dello stop forzato per visitare Calgary, andare per musei e anche, perché no, per locali. Infatti proprio l’ultima sera, al rientro in hotel dopo essere stato in discoteca ho visto un pullman con la scritta Alitalia… Era un mezzo della compagnia, con a bordo i miei compagni.

Ero l’unico del gruppo a risultare assente e infatti erano tutti arrabbiati. Finalmente il nostro volo era stato autorizzato, e siamo stati i primi ad atterrare a Los Angeles dopo l’attentato. La sicurezza era ai massimi livelli, i nostri bagagli sono stati esaminati minuziosamente e il tubetto del mio dentifricio era stato addirittura spremuto fino in fondo”. 

“Nonostante il Festival al quale dovevo partecipare fosse stato annullato, ho deciso ugualmente di andare a Los Angeles, dove mi aspettavano alcuni amici. Adesso purtroppo gli attacchi terroristici in Occidente non sono più una novità, ma l’11 settembre ha rappresentato il primo attacco di quello che poteva essere considerato allora il terzo mondo.

Un attacco messo in atto con un’azione codarda ma eclatante e che aveva sconvolto il mondo intero. L’atmosfera che si respirava a Los Angeles era surreale: la città così caotica e piena di vita sembrava svuotata. Soprattutto quelli che venivano identificati come il simbolo degli Usa, ad esempio i McDonald, erano vuoti, non c’era nessuno, perché si pensava che fosse in atto un attacco contro l’America in se stessa.

Infatti si respirava un patriottismo portato quasi all’estremo, del tipo che vediamo adesso in Trump, ma che per i tempi era strano. Lungo le strade incontrati automobilisti che ti urlavano “Honk if you are american”, cioè “suona il clacson se sei americano” e tutti, ovviamente suonavano il clacson”. 

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