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Al Municipale i toni tragici e maestosi del Simon Boccanegra FOTO foto

Una edizione di assoluto livello, dove gli interpreti hanno gareggiato in bravura trascinando il pubblico all’entusiasmo

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Il Simon Boccanegra è un’opera complessa.

La trama è complicata ed intrigata, la musica elaborata, grave, tetra e ricca di artifizi da gustare nei particolari. Verdi ci mise 24 anni, dopo l’esperienza parigina con la grand-opera, a correggerla aggiungendo orpelli di squisita bellezza e raffinatezza.

Nel Simon Boccanegra si sente già il Verdi che si allontana dalla popolare trilogia romantica ed anticipa l’Otello dove troviamo diversi punti in comune sia nella musica che nelle scene (sullo sfondo il richiamo del mare).

Così quest’opera verdiana non prende e non avvince ad un primo superficiale approccio ma necessita di una penetrazione profonda ed una certa assuefazione ai toni gravi, tragici e maestosi, cogliendone preziosismi musicali che finiscono per coinvolgere e trascinare fino al crepuscolare finale.

E’ decisamente un’opera da risentire per apprezzarla adeguatamente, specie quando gli allestimenti sono di pregevole fattura come quello andato in scena al teatro Municipale (ancora una volta sold out) davanti ad una splendida cornice di pubblico generoso nei consensi e caloroso negli applausi interminabili anche a scena aperta.

E’ davvero un meritato riconoscimento agli ideatori e ai dirigenti artistici di questo “Progetto Opera Laboratorio”, che si sta rivelando una formula quanto mai azzeccata e “punta di diamante della Fondazione Teatri di Piacenza condotta dalla bravissima dr.ssa Cristina Ferrari e di cui è responsabile didattico il celebre e amatissimo baritono Leo Nucci, nel segno della trasmissione dei “saperi” ai giovani cantanti e, in questo caso, anche regista con la collaborazione di Salvo Piro”.

Questo Teatro Laboratorio, la cui funzione è quella di perfezionare, formare e lanciare giovani cantanti è diventato un’autentica fucina di emergenti talenti già in grado di affrontare severi scogli artistici e musicali.

La conferma si è avuta anche in questa edizione del Simon Boccanegra di assoluto livello, dove gli interpreti hanno gareggiato in bravura trascinando il pubblico all’entusiasmo.

Del baritono scuola – bulgara Kiril Manolov si erano già apprezzati le qualità canora e la preparazione musicale nel Falstaff di tre anni fa, ma nel “Simone” è stato ancor più convincente grazie a mezzi vocali di grande intensità ed ampiezza, beneficiando anche di un’imponente stazza fisica che lo porta a dominare la scena, come il ruolo richiede. L’augurio è di poterlo risentire anche in futuro.

La soprano Clarissa Costanzo (Maria, figlia del Boccanegra) è un sicuro talento. Se ne erano accorti i giudici del Concorso Labò premiandola con il secondo posto, ne avevamo avuto la conferma nella stagione precedente, ne abbiamo acquisito la certezza in questa opera alle prese con una tessitura pesante, difficile ed intensa.

La ragazza napoletana, di solo 25 anni, supera la prova con sicurezza sfoggiando una preparazione artistica davvero sorprendente. Di lei sorprende la facilità del canto: la sua voce è sempre piena ed armonica, qualità che conserva anche nei passaggi più ardui.

Per il tenore Ivan Defabiani coltiviamo una particolare stima e simpatia per il suo canto esuberante, a volte addirittura focoso; ma la sua voce è bella, squillante e molto corretta; talvolta tende ad assottigliarsi, forse anche per eccessiva generosità, ma il giovane cantante ha raggiunto una ragguardevole maturità.

Se il baritono Ernesto Petti (Paolo Albiani) ha dato conferma di sobrietà ed incisività con un’interpretazione più che dignitosa con momenti di pura brillantezza, il basso piacentino Mattia Denti è stato un Jacopo Fresco sontuoso e quanto mai efficace nell’interpretare un personaggio la cui dignità e rango trovano espressione in uno spartito quanto mai difficoltoso e complesso.  Ormai questo ragazzo è una realtà di valore dimostrando di essere degno dei continui successi che ottieni anche nei maggiori teatri.

Parti minori ma sempre dignitose per il basso Cristian Saitta, il mezzosoprano Paola Lo Curto ed il tenore Jenish Yamanov.

La regia di Leo Nucci si fa apprezzare per la coerenza e per la ricchezza di particolari sempre fedele al libretto ed all’ambientazione del dramma. Tra gli apprezzamenti il non aver caricato eccessivamente le scene, specie quella finale, di tetraggine, oscurità e cupezza come spesso avviene in quest’opera.

Molto belli ed appropriati i costumi, suggestive le scene mentre al coro piacentino del maestro Corrado Casati vanno sinceri e lunghi applausi per la bravura e la coesione dimostrate.

L’orchestra dell’Opera Italiana diretta dal maestro Pier Giorgio Morandi ha cercato, riuscendoci con successo, di far sentire l’opera nella sua grande ricchezza musicale. L’esserci riuscita merita un grande encomio.

Luigi Carini

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