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Amani, reduce dai gulag: “Pensavamo di morire da un momento all’altro” foto

Il piacentino, oggi novantaseienne e unico reduce italiano tuttora vivente è intervenuto in un incontro a Palazzo Galli

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“Credevamo di morire da un momento all’altro”.

Pietro Amani, piacentino scampato ai Gulag, oggi novantaseienne e unico reduce italiano tuttora vivente, ha partecipato a Palazzo Galli della Banca di Piacenza alla presentazione del libro “Diario di prigionia” (pubblicato dalla Banca), dove lui stesso racconta la tragica esperienza dei tre anni di prigionia in Russia.

Amani, fante dell’82° Reggimento Fanteria, Divisione Torino e catturato il 25 dicembre 1942, ha rievocato i giorni terribili in un Gulag sovietico. “Credevamo di morire da un momento all’altro – ha detto con voce rotta dall’emozione – eravamo esausti, ridotti a scheletri. Anche la più flebile speranza di sopravvivere ormai l’avevamo persa”.

Finalmente liberato nel settembre del 1945 – dopo privazioni a non finire e lavori forzati –  è riuscito a fare ritorno nella sua Piacenza. Un viaggio durato circa 3 mesi, in treno, passando da Berlino, Francoforte e valicando il Brennero.

Nel suo diario di prigionia, traspare l’angoscia di quei momenti, l’orrore e la morte che erano ovunque.

Alla serata, insieme al giornalista Rai Stefano Mensurati, hanno preso parte anche due studiosi dell’universo concentrazionario sovietico: Francesco Bigazzi (autore di “Il primo gulag: le isole Solovki”) e Dario Fertilio.

Nel corso dell’incontro sono anche stati proiettati due filmati inediti con immagini dei prigionieri italiani sottoposti a a quella che era definita “rieducazione” da parte dei carcerieri russi: costretti a marciare per ore nella neve o rimanere accanto ai cadaveri di altri internati.

Il 96enne piacentino è l’unico sopravvissuto degli italiani dell’Armir fatti prigionieri in Russia e internati nel campo di concentramento di Karaganda (oggi nel Kazakistan). Un gulag vasto come la Lombardia e il Piemonte messi insieme.

Gli internati vivevano in baracche di venti metri quadri in cui dovevano stare fino in venti, dormendo a turno seduti per terra o ammucchiati sui letti.

Nel gulag, tra il 1931 e il 1960, passarono circa due milioni di prigionieri di 40 diverse nazionalità e si calcola che ben 500mila siano morti in prigionia.

A Karaganda finirono circa 20mila militari italiani catturati dall’Armata Rossa durante la disastrosa ritirata. In Italia furono considerati dispersi, a parte le poche centinaia di fortunati che riuscirono a tornare miracolosamente a casa, come Pietro Amani.

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