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Economix: L’evasione italiana vale 110 miliardi di euro

Una cifra impressionante, che corrisponde all’incirca al 5% del PIL. La parte del “leone” la fa l’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) che corrisponde al 40% del totale, seguita a ruota dall’IRPEF con il 35%

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L’evasione italiana vale 110 miliardi di euro

La pressione fiscale è diminuita, afferma un raggiante Ministro dell’Economia: dal 43,3% è passata al 42,3%. I nostri piccoli imprenditori dissentono fortemente sull’esultanza del Ministro Padoan, per ovvi motivi.

L’esultanza del Ministro continua, confortato da un aumento del PIL, nel 2017, stimato attorno all’ 1,5%. Tra i più bassi in Europa, con i Paesi dell’Eurozona che si assestano attorno al 2,2% e gli altri al 2,3%.

Il problema è che la GMP, acronimo di Grande Macchina Pubblica, non appena avverte che c’è qualche miglioramento nell’economia, zac, infila le sue poderose zanne nel Paese e si appropria delle poche risorse “liberate”: il rapporto debito pubblico/PIL, nel 2017 sale al 132,6%.

E il piccolo imprenditore italiano cosa fa? Con una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, una burocrazia ammorbante, una contrattualistica del lavoro insostenibile, un sistema finanziario che non ha la minima intenzione di sostenerlo, non ha che una soluzione: evadere.

Ma non nel senso di fuggire a bordo della propria auto dal “logorio della vita moderna”, come ci ricordava Ernesto Calindri, verso bucolici luoghi lontani, ma nel senso fiscale del termine.

Ovvero, trattenendosi buona parte del reddito generato, evitando semplicemente di restituirlo allo Stato. Si comporta come un moderno Robin Hood. Perché è questo il sentimento che lo muove: si sente vessato, tradito, spesso ignorato da uno Stato “obolofago”, tanto per usare un neologismo, con il quale non si ritiene di avere più alcun obbligo formale.

D’altronde in fatto di tasse abbiamo una lunga storia. L’Imperatore Vespasiano, il primo imprenditore del settore idrosanitario, aveva tassato l’urina dei romani. Sua è la celebre frase “pecunia non olet”.

Ma se il danaro non ha odore, è certo che “pecunia dolet”.

Ne sa qualcosa l’Erario. Nel 2016 l’evasione fiscale ammontava a 110 miliardi di euro. Una cifra impressionante, che corrisponde all’incirca al 5% del PIL. La parte del “leone” la fa l’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) che corrisponde al 40% del totale, seguita a ruota dall’IRPEF con il 35%.

Va da sé che sono soprattutto i commercianti (26%), le imprese di servizi (20%), le imprese di costruzioni (24%) e le imprese di servizi alle famiglie (30%), gli imprenditori con maggiore propensione ad indossare le vesti di moderni Robin Hood. Se così vogliamo definirli.

Il problema è, tanto per contraddire i “proclami” della Ministra Boschi – che parla di miliardi recuperati dall’evasione fiscale – che la “propensione” all’evasione è in aumento. E guarda caso, riguarda soprattutto i settori a più bassa crescita di produttività. Un fenomeno che frena gli investimenti, lo sviluppo e genera arretratezza economica.

Ma è poi vero che ci troviamo di fronte a moderni Robin Hood? In alcuni, pochi, casi forse sì. La verità è che l’evasione fiscale rappresenta ormai un “modus operandi” che si è inserito come un cancro nel Sistema Paese e che difficilmente si potrà estirpare. Non a caso il 60% dell’evasione fiscale riguarda le Regioni del Sud Italia, da sempre interessate da fenomeni mafiosi, mentre la media al Nord è attorno al 27%.

E allora cosa si può fare? Il problema nasce a monte. Non si può pensare di creare cittadini “virtuosi” se gli organi dello Stato, per primi, non lo sono. Non dimentichiamo che l’inefficienza dello Stato pesa quanto l’evasione fiscale.

Tra debiti della pubblica amministrazione verso fornitori privati (64 miliardi di euro), burocrazia (31 miliardi di euro), sprechi, inefficienze e corruzione (24 miliardi di euro) e la lentezza della Giustizia (16 miliardi di euro) sommiamo una cifra che supera l’evasione fiscale.

Andrea Lodi
(economix@piacenzasera.it)

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