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“No agli insetti a tavola, tutelare la cultura piacentina”

Giampaolo Maloberti, presidente del Consorzio di allevatori e macellai La Carne Che Piace, non accetta l’imminente liberalizzazione del novel food approvata dall’Unione europea

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«Il territorio piacentino deve diventare “insetti free”».

È la nuova provocazione lanciata da Giampaolo Maloberti, presidente del Consorzio di allevatori e macellai La Carne Che Piace, che non accetta l’imminente liberalizzazione del novel food, cioè degli insetti a tavola, approvata dall’Unione europea. «Provincia e Comuni trovino la forza di opporsi a questa normativa europea, scegliendo di tutelare l’indotto e la cultura piacentina».

“Trovo assurdi gli studi dell’Università Cattolica in merito all’utilizzo alimentare degli scarafaggi, cavallette o cimici. È intollerabile che nella provincia piacentina – portabandiera nel settore di carni e formaggi – si voglia dare il via libera a queste pratiche astruse. Piacenza, tra le altre cose, può contare su tre salumi Dop – Coppa, Salame e Pancetta -, sul grana padano e sul provolone Dop”.

“La cultura enogastronomica italiana rischia di venire colonizzata da cibi che non fanno parte né della nostra tradizione né della nostra identità – spiega Maloberti -. Oltre ai tanti rischi di perdita della sovranità alimentare – con le multinazionali che detteranno legge sulle duemila specie di insetti apparentemente commestibili -, il novel food viene tremendamente rappresentato come una forma di progresso. Ma chi dimentica il proprio passato e presente, fatto di allevamenti bovini e suini, coltivazioni a chilometro zero, caseifici, cantine vitivinicole e macellerie di altissima qualità, non può avere un futuro”.

“L’enograstonomia piacentina è ricca di tradizioni millenarie, capacità, know how che risalgono ai padri dei nostri padri. Agricoltori capaci di produrre e trasformare i frutti della terra. A Piacenza l’orgoglio è rappresentato dalle signore che riuniscono tutta la famiglia intorno a un piatto di anolini, che ci piace riassumere nell’immaginario degli “anvëin ad Nonna Pina””.

“La nostra non è certamente una zona in cui c’è spazio per tarantole in pastella, zuppa di maggiolini, risotto alle blatte o spiedini con grill – conclude Maloberti -. Che fine hanno fatto i difensori della dieta mediterranea? Che fine hanno fatto le associazioni a tutela del consumatore e dei produttori locali? Come sempre, il Consorzio La Carne Che Piace è una delle poche realtà a difesa del comparto, come già dimostrato nelle battaglie contro gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta”.

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