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Pausa caffè con Nereo Trabacchi: Il balocco

Nuovo racconto di Nereo Trabacchi. 

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Il Balocco
di Nereo Trabacchi 

Piacenza, centro storico, ore 12,35…

Nel momento esatto in cui entrai nel ristorante, un brivido lungo la schiena, di quelli che strizzano, di quelli che non sbagliano, mi comunicò che qualcosa stava per accadere.

Come sempre me ne fregai, così scrollai le spalle e raggiunsi il mio tavolo, piegando la testa da destra a sinistra come a voler far rotolare l’usuale pensiero che se le cose devono accadere, io non posso far altro che aspettare; mangiando e bevendo ovviamente.

Dirmi un abitudinario del posto era un eufemismo, dato che la maggior parte delle sedie hanno la forma del mio fondo schiena. Mi accomodai in un tavolo d’angolo e tirai fuori in libro dalla tracolla di tela che porto sempre con me e iniziai a leggere i Carmina Burana.

Si tratta di una raccolta di canti medioevali, espressione goliardica dei piaceri terreni, fisici e mentali, attraverso l’esaltazione della libertà e contro le istituzioni civili e religiose. Esiste forse qualcosa di più eccitante?

L’amica cameriera prese il mio ordinativo per il filetto di maiale e per il vino rosso, quando ecco nuovamente il brivido premonitore che mi fece rizzare i capelli sulla nuca e mi costrinse ad alzare gli occhi dalla pagina per osservarmi attorno. Fu lì che lo notai per la prima volta.

Nonostante il locale fosse mezzo vuoto, quel grosso uomo, con barba e capelli bianchi, si era accomodato al tavolo a pochi centimetri dal mio. Le sue gote erano rosate e il grande montone che manteneva ben allacciato anche al tavolo, lo faceva apparire come un enorme ceppo, con in cima un ciuffo di candida neve.

Si muoveva tutto impacciato, nel comico tentativo di leggere il menu strizzando le palpebre, accompagnato dalla colonna musicale proveniente dallo scricchiolio della stanca sedia, afflitta dal notevole peso.

Quando il suo sguardo incrociò il mio, prima di tornare ai Carmina, fui bravo a trasformare rapidamente l’odioso ghigno di ilarità sulla mia bocca, in un cenno di saluto.

Un pensiero balzano mi attraversò il cervello tanto rapidamente, da non riuscire neppure a trattenerlo.

Pochi istanti dopo, appoggiai il dorso del libro contro la bottiglia di vino e continuai la lettura, amplificandone il piacere attraverso il gusto della carne e ai primi effetti del pinot nero. 

“Ehm…mi potrebbe passare l’olio?”

Il sorriso di quell’uomo era così largo da farmi pensare che la sua faccia stesse per esplodere.

“Certo, prego…”dissi mentre gli porgevo l’unta ampolla.

Ma, quando lui si accorse che la mia attenzione era caduta sul colletto e sui polsini rosso fuoco che facevano capolino dal suo montone, il sorriso si spense e si affrettò a tirarsi maniche e bavero.

Ancora quel pensiero, questa volta meno veloce, ma sempre inafferrabile, mi trapassò la mente lasciando solo qualche traccia che cancellai con un cenno negativo della testa e una robusta sorsata di vino.

Amando la lettura, mi sono sempre voluto illudere che tutto fosse possibile, dalle realtà stravolte, alle pure invenzioni, fino alle più assurde fantasie. Ma l’immaginazione che mi aveva appena sfiorato, era troppo astratta per trattenerla tra le scivolose dita della mia voglia di follia.

E se invece…? Se invece…

Cacciai ogni pensiero e tornai alle pagine che mi stavano raccontando come un menestrello medioevale poteva incantare un giovane e miscredente avventore, con fantasie e balocchi.

“Ah, mi scusi ancora, ma non lo finisce quello?”

Questa volta il mio vicino mi stava indicando un crostino che avevo avanzato nel cestino di pane.

“No, prego, prenda pure…” E appoggiai delicatamente il paniere accanto al suo piatto di pesce.

“Grazie…Lei è di Piacenza?” Domandò con il sorriso riconquistato.

“Sì. Lei, da dove viene? E non mi dica da molto lontano…” azzardai, ridacchiando nella mia usuale, stupida convinzione di essere simpatico a tutti.

“Allora diciamo che non sono della zona.” Prese la fetta di salmone che gli era rimasta e dopo averla passata nel burro e messa sul crostino, fece sparire tutto in bocca.

“Bello quel libro”

“Sì, è una della mie letture preferite. Lo leggo sin da ragazzo.”

“Si vede che è sgualcito. Non ne vorrebbe uno nuovo?”

Prima di rispondere osservai la mia versione economica del libro data 1981.

“Mi affeziono alle cose, soprattutto ai libri. Potrei pensare di sostituirla solo con gli scritti originali…” Affermai, sempre più orgoglioso delle mie povere e pesanti qualità di cabarettista mancatissimo.

Lui annuì e alzò un braccio per chiamare la cameriera. Fu facendo quel gesto che spostò la gamba da sotto il tavolo e vidi che indossava grossi stivali neri da neve, con robuste fibbie.

Ordinato un piatto di pisarei e fasò, tirò fuori dalla tasca una cartina di Piacenza e la spiegò sul tavolo. Inforcò degli occhialini rettangolari e lisciandosi la lunga barba bianca cominciò a fare dei puntini a penna, lungo le strade del centro storico.

Troppo incuriosito da quello che stava facendo, non riuscivo più a concentrarmi sulla lettura; lui parve accorgersene e senza guardarmi mi disse: “Devo fare delle consegne, ma fatico a raccapezzarmi in questa vostra bella, piccola città. Sa mica per caso dove si trova Piazzetta delle Grida?”

Allungai il collo e puntai il dito sulla strada che stava cercando.

“Oh, oh, ehm… Oh, bene, grazie mille.”

Pochi istanti dopo arrivarono i suoi pisarei e si mise a mangiare avidamente.

“Oh, che bontà. Avete davvero ottimi prodotti in questa città. Ogni anno decido di fare tappa qui per una notte e mangiarmi le vostre leccornie…”

“Una notte?” Bofonchiai…

“Una notte sì…”

“Viaggia molto per lavoro?”

“Diciamo che giro il mondo…” e scoppiò in una grassa risata.

“E di cosa si occupa?”

“Distribuzioni. Le prossime settimane saranno piene di lavoro e cerco di mettermi avanti… E quella non la mangia?” Avevo davanti a me la mia adorata creme brulè ancora intatta. Ero rimasto così incastrato nello studio di quella persona, da essermene dimenticato.

“Vorrei, ma se la desidera, prego, la prenda pure.”

“Un gesto gentile, grazie…”

Mentre allungava il braccio per afferrare il dolce, non gli fu possibile nascondere la lunga maglia rossa che uscì da sotto il pesante montone. Questa volta parve non curarsene.

“Un gesto gentile. Un gesto non concorde con quanto si dice circa la chiusura della vostra gente con gli stranieri.”

“Già…Senta, io ho una paio di ore libere, se vuole che l’accompagni in alcuni posti con la mia macchina sarà un vero piacere…”.Non capii bene l’origine di quelle per me insolite gentili parole. Sono sempre stato molto schivo, soprattutto nei rari pranzi di solitudine e letture che tanto adoro. Ma c’era qualcosa in quella persona che m’incuriosiva.

“Lei davvero farebbe questo?”

“Certamente. Non ho molto tempo, ma sono nato tra questi viottoli e sarà facile trovare gli indirizzi per portare i suoi reg…le sue consegne insomma.” Mi rivolse un nuovo grande sorriso e mi fece un cenno di assenso con la testa.

“Grazie, vado al bagno un minuto e poi possiamo andare. E’ raro che qualcuno faccia qualcosa per me…”

“Forse è più raro che io faccia qualcosa per qualcuno…”

“Oh…oh…oh…ehm…”

Lo guardai allontanarsi verso le toilette. Fermai la cameriera e le chiesi il mio conto e un paio di grappe per me e il mio nuovo amico.

“Che amico?” Ridacchiò lei…

“Il tizio…quello grosso che mangia qui…” e le parole mi si spensero in gola nel momento esatto in cui vidi il tavolo a fianco completamente apparecchiato. Mi ripresi subito, per non apparire troppo stupido, e le ripetei di portarmi il conto.

Ero scioccato. Stavo impazzendo? Corsi in bagno e non c’era nessuno… Era arrivato il momento tanto preventivato di consultare un medico. Pagai e uscii…

Quando allungai la mano nella borsa per prendere le chiavi della macchina, sentii che c’era un pacchetto. Lo aprii e quando vidi il contenuto mi dovetti appoggiare all’auto per non rovinare a terra; una copia antica manoscritta dei Carmina Burana.

Il menestrello aveva prima incantato, e poi fregato, il giovane avventore miscredente con il suo balocco.

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