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Riscosse solo la metà delle tariffe sui servizi e il 58 % delle multe

E’ la fotografia del Comune di Piacenza scattata da "Il Sole 24 Ore" che ha esaminato la capacità di ogni capoluogo di incassare nell’anno le entrate "accertate" a consuntivo

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A Piacenza lo scorso anno (2016) è entrata nelle casse comunali poco più della metà di canoni e tariffe dovute; trend simile per quanto riguarda le multe, meglio invece il dato sulla riscossione dei tributi.

E’ la fotografia scattata da “Il Sole 24 Ore” che nell’edizione di domenica 5 novembre ha esaminato la capacità di ogni capoluogo di incassare nell’anno le entrate “accertate” a consuntivo, e quindi dovute (dati elaborati sui certificati di conto consuntivo 2016).

Chiaroscuro il quadro che esce per Piacenza: la nostra città fa segnare l’87,3 come percentuale di riscossione per le imposte (Imu, Tasi, addizionale Irpef e proventi assimilati), dato che ci colloca al settimo posto di una classifica comandata da Trento (99.5%) davanti a Mantova (93.9%) e Genova (92.5%): su verbali per 63milioni sono stati ricevuti pagamenti per 55 milioni.

Va decisamente peggio per quanto riguarda le entrate da servizi pubblici (asili nido, trasporto scolastico) e affitti e vendita di beni dell’ente, con una percentuale del 53,7% (in pratica la metà di quanto dovuto): su 15 milioni ne sono stati riscossi 8,1, un dato che fa scivolare Piacenza agli ultimi posti della graduatoria (86esima su 104 capoluoghi di provincia).

Non bene anche per quanto riguarda le multe non pagate. La percentuale riscossa nell’anno di competenza per le sanzioni (multe stradali, verbali amministrativi a seguito di attività di controllo degli illeciti) non arriva al 60% (58,4%, per essere esatti): 2,9 milioni su un totale di 5, che pongono Piacenza nella prima metà della classifica (28esima).

Tanti i comuni italiani che faticano a recuperare le entrate scritte nei bilanci degli anni precedenti ma non incassate. Una incapacità «strutturale» di riscossione, e il rischio dissesto è dietro l’angolo.

“Proprio le multe – si legge nell’articolo a firma di Gianni Trovati – sono la voce più critica: nel 2016 le città hanno scritto verbali per 1,7 miliardi, e ricevuto pagamenti per 599 milioni (il 35,1%). Anche tariffe e canoni faticano a presentarsi puntuali (manca un euro su tre); un po’ più stabile è il quadro dei tributi, almeno dove le riscossioni di competenza superano l’80%, perché una quota dei ritardi è dovuta al calendario dei pagamenti dell’addizionale o della Tari”.

“In media un euro su quattro non arriva entro fine anno, ma in casi come Napoli o Reggio Calabria l’indice scende di molto”.

Insomma, un vero e proprio ginepraio dal quale pare difficile uscire. Quello che non entra in cassa si trasforma in arretrato (c.d. “residui attivi”), nella (utopica) speranza di essere recuperati negli anni successivi.

E qui si annida la serpe: la riforma dei bilanci. Le nuove regole hanno imposto ai sindaci di prendere in mano la gomma e cancellare le vecchie entrate ormai impossibili da incassare: una pulizia straordinaria che ha fatto uscire dai bilanci comunali quasi 30 miliardi di euro di arretrati (calcolo della Ragioneria generale, che misura in 30mld i “residui” ancora nei conti), si apre così un extra-deficit che una norma ponte permette di ripianare in… 30 anni.

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