Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Nave in bottiglia

L’Infrangibile, tra la Sacra Famiglia, la Folgore e la Coop

Per chi all’Infrangibile ha abitato una vita, questo quartiere sembra non cambiare mai. Forse perché l’abito è ormai stretto tra aree militari che ne delimitano a forza il perimetro e l’ex manifattura tabacchi

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Che si possa costruire e far passare attraverso il foro del collo di una bottiglia un modellino di nave, completo di vele spiegate e alberi, è qualcosa che stupisce e richiede grande cura e amore per il dettaglio.

“Nave in bottiglia” è il titolo della nuova rubrica su PiacenzaSera.it curata da Mauro Molinaroli, con lo stesso amore per i ricordi.

La quinta puntata

L’Infrangibile e il profumo del tempo
 
Per chi all’Infrangibile ha abitato una vita, questo quartiere sembra non cambiare mai. Forse perché l’abito è ormai stretto tra aree militari che ne delimitano a forza il perimetro e l’ex manifattura tabacchi che ne chiude ogni possibile sviluppo interno.

Senza parlare della Pertite che, quando scoppiò nell’agosto del 1939, provocando morti e feriti, i pochi abitanti nella zona che non era ancora un quartiere ma un agglomerato di case costruite qua e là, i vetri saltarono, la gente si spaventò e l’impressione dei più anziani fu che prima o poi la guerra sarebbe scoppiata. Impietosamente.

E negli anni bui del conflitto l’area fu presa di mira soprattutto dagli aerei americani che bombardarono le caserme attorno alle quali sarebbe poi sorto il quartiere e l’Arsenale militare, punti ritenuti nevralgici dagli alleati, per indebolire le truppe tedesche. Da quelle parti infatti le bombe scoppiarono più che altrove.

Oggi intorno a queste aree in disuso, è allo studio un nuovo modello di progetto urbano, ma gli abitanti dell’Infrangibile vorrebbero acquisire in via definitiva l’area verde della Pertite. Sarà possibile? Difficile capire tempi e modi di recupero anche se sull’ex manifattura tabacchi è previsto un restyling a tutto campo.  

E la storia? Qual è il passato dell’Infrangibile e perché ha questo strano nome? Passata la paura della guerra, nonostante sia sempre più magra e malvestita, la gente capisce che è giunto il momento di costruire, di farsi una casa e molti, dall’alta e dalla bassa Valtidone, pensano di realizzare le loro case proprio alle porte della città.

Prende allora forma un nuovo quartiere costruito su un assetto viario che ricorda vagamente il castrum romano. Strade che s’incrociano e si susseguono dalla via Emilia a via I Maggio e una mezza frase di Mussolini scritta sui muri dell’Arsenale, “l’esercito arma infrangibile…”, tanto basta perché ancora oggi quel nome sia ricorrente.

Dopoguerra, storia di un inurbamento alla buona, case costruite il sabato e la domenica, gente che lavora all’Arsenale e che decide di smetterla di andare ogni giorno in bici da San Nicolò a Piacenza e cerca una soluzione intermedia. Ma anche piccoli artigiani che costruiscono la loro fabbrichetta tra via Monte Penice e via Montebello, per poi piantaci sopra l’appartamento.

Ogni casa ha il giardinetto e l’orto. Si coltivano e si mangiano gli ortaggi per risparmiare. Pomodori, uova e un bicchiere di vino. La gente ha pochi soldi e chi si arricchirà, lo farà soltanto in pieno boom economico. Ma questa è un’altra storia.

Quel lembo di terra circoscritto tra le molte caserme, alla sera pullula di militari in grigioverde mentre le signore più anziane non disdegnano una preghiera in chiesa. Da poco è stata costruita la Sacra Famiglia e un giovane parroco, don Giuseppe Braceschi, è un punto di riferimento per la gente.

Ma c’è anche la cooperativa, costituita nel 1946 a fungere da contraltare e da ritrovo per i militanti del Partitone rosso, credono in Stalin ma alla sera pregano Dio.

Non può mancare neppure la squadra di calcio e la Folgore è il sogno di un pallone povero, i giocatori indossano, estate e inverno, le magliette rosse e nere in lana e gli scarpini di cuoio. Le madri lavano il corredo calcistico in casa. Il campo di gioco è in via Tortona, una fossa spelacchiata cintata per evitare che i ragazzini possano snaturare il terreno di gioco. C’è un toscanaccio che prima delle partite si prende l’onere per poche lire, di segnare il campo.

Spinge una sorta di carriola, dentro c’è il gesso che scende lentamente da un piccolo setaccio. I bambini guardano incuriositi e per entrare non pagano il biglietto. Storie lontane, ma questi sono e rimarranno i punti di ritrovo per la gente, per i tanti bambini che gremiscono le strade con le loro bici e i loro “cariaggi” e le persone anziane che si trovano sotto il pergolato a giocare a tressette o a briscola.

E poi i bar più classici. In via Montebello un ex pugile di provincia, Fausto Cavanna apre un bar insieme alla moglie. E’ il ritrovo dei ragazzi che scoprono il flipper e il bigliardo.

D’estate don Giacomo, un pretone alla buona, piccolo e tozzo ma in grado di organizzare la vita di parrocchia, cattura i ragazzi coi “Giochi senza frontiere” del quartiere. Ogni via ha una squadra e vince chi sale sulla cuccagna e chi conquista il tesoro. Siamo all’alba del Sessantotto, ma più che la contestazione suscita interesse l’avventura del primo uomo sulla luna. Le tivù accese in quel 21 luglio danno all’Infrangibile una dimensione irreale.

La composizione sociale è costituita da operai, gente che lavora nel pubblico impiego, colletti bianchi che hanno lasciato le campagne negli anni del boom e che in estate tornano al paese per la mietitura o per la raccolta dell’uva, mentre chi studia, per guadagnare qualche lira s’iscrive alla campagna del pomodoro.

Ma sono pochi i giovani che giungono all’università, la maggior parte dei ragazzi – acquisito il diploma di maturità – si mette in proprio o cerca lavoro, e le giovani coppie si sposano con il riso che vola sul sagrato della chiesa. L’immortale don Giuseppe ha celebrato le nozze dei padri e ora vede davanti a sé i figli per il fatidico sì.

Traspare umanità, ma il tempo emigra e anche l’Infrangibile subisce le mutazioni genetiche della società italiana. Gli anni Ottanta – quelli dell’edonismo reaganiano – non vedono spopolarsi il quartiere, la popolazione invecchia, è vero, ma non sono  molti giovani che spostano il loro obiettivo nella zona intorno alla Casa di cura Piacenza. E poi i Novanta e il terzo millennio. Gli extracomunitari che si sono insediati e inseriti, tra poche certezze: la Folgore, la Sacra Famiglia e la Coop.

Una digressione personale. Perché ho mitizzato tanto questo quartiere? Avevo l’età giusta. Vi ho abitato negli anni giusti, quando il mio mondo aveva molti anni di meno e tante stelle in più.

Mauro Molinaroli

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