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Le Rubriche di PiacenzaSera - Nave in bottiglia

Gianni Brera e gli incontri del giovedì

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Torna la “Nave in bottiglia”, la rubrica di PiacenzaSera.it curata da Mauro Molinaroli, ecco l’ottava puntata.

Gianni Brera e gli incontri del giovedì

Il cappotto color cammello e il cappello, abbandonati sul sedile posteriore della Ford Sierra dove sedeva. Questa immagine non la dimentico proprio, perché vuol dire, ancora oggi, la morte di Gianni Brera, di ritorno con due amici dal ristorante “Il Sole” di Maleo.

Lo avevo conosciuto qualche anno prima, nel 1989, un approccio come tanti: la telefonata d’ordinanza, chiedendogli se avesse potuto scrivermi la presentazione di un libro che l’amico Ivano mi aveva commissionato.

Ivano Romanini, giovane architetto, era sindaco di Cadeo, e voleva che scrivessi una storia sulla sua terra, la “Cà di Dio”, bruciata dal sole d’estate e ammantata di nebbia nelle sere d’inverno. Brera mi disse che era solo una questione di “dané”, di soldi, per intenderci: «Perché alla mia età sono costretto a lavorare per dare un futuro ai miei nipoti. Potrei godermi la pensione – disse – e scrivere romanzi, invece ogni giorno devo dettare centro righe a Repubblica». Rimasi sorpreso, non mi aspettavo tanta franchezza.

Aggiunse che prima voleva conoscermi, e che avremmo potuto incontrarci durante la pausa pranzo a Milano. Da lì, da quelle parole, ebbe inizio una frequentazione costante, continua, impensabile solo qualche mese prima, perché ogni giovedì, dalle 13 alle 15, per un paio di mesi, ci trovammo ed era lui a fare domande. A chiedere, voler sapere, a cercare di capire chi io fossi ma, soprattutto, da dove venissi. Perché credeva nella Padanìa (che non è la bossiana Padania). Credeva nelle radici, nella storia, nell’etnologia, era in grado di descrivere e di capire il perché la nostra genìa padana ci volesse pragmatici, attenti, a volte un po’ schivi ma anche poetici e, perché no, legati a una forma di malinconia che viene fuori quando meno te l’aspetti.

Ci incontravamo in un ristorante a pochi passi dalla sua abitazione. Contrariamente a quanto potessi pensare, non mangiava più di tanto; anzi, si tratteneva, perché di pomeriggio doveva lavorare. Il feeling tra noi fu presto autentico, sincero. E quegli incontri del giovedì sono ancora oggi una perla incastonata in una collana di ricordi. Questa storia, che non ha nulla di trascendentale, è vero, ma è anche vero che mi appartiene e che mi ha dato tanto.

Perché Gianni Brera voleva dire fantasia, estro, ma soprattutto tanta umanità. Mi aspettavo un professorone grande e grosso, che mi insegnasse le regole del calcio. E invece, mi ritrovai davanti un nonno che amava profondamente i nipotini, e un uomo che aveva voglia di capire cosa spingesse un giovane ventinovenne a trascorrere sistematicamente un paio d’ore alla settimana insieme a lui.

Con il suo accento milanese mi diceva che ero un “bel fiulin”, e quando gli spiegavo che i miei genitori erano operai si sorprendeva, perché sosteneva che la mia corporatura e il mio sguardo borghese, poco o nulla avevano a che fare con le mani grosse di chi lavora la terra o di chi sta davanti a un tornio.

Una volta suonai il campanello di casa sua e mi aprì la donna di servizio. Lui si era svegliato da poco, stava facendo il bagno. Si presentò in giacca da camera, l’immancabile sigaro, e mi disse di aspettarlo, perché era stanco e intorpidito da un vino cattivo che un oste, la sera prima, aveva voluto fargli assaggiare. Invidiava i miei anni. E poi gli piaceva il modo in cui mi ponevo nei suoi confronti.

Mentre aspettavo che si vestisse, quella mattina, squillò il telefono. Mi disse di rispondere. Era la redazione del giornale, gli chiedevano il solito pezzo. Dall’altra stanza, mi disse di mandarli a cagare, perché già sapeva cosa avrebbe dovuto scrivere. Io, più sommessamente, risposi che già era a conoscenza.

Strano, Brera. Ricordi lontani, è vero, ma soprattutto il ricordo di Fausto Coppi. Sì, perché del Grande Airone parlava volentieri. Quella storia epica lo affascinava, più che la tattica di “Righetto” Sacchi e più di un calcio che stava lentamente mutando pelle.

Ma era curioso di capire cosa mi avesse spinto verso di lui: «La stima», gli risposi». «Balle. Più che a un vecchio come me, avresti dovuto rivolgerti a una bella figliola. Del resto Piaseinsa è piena. Quando ero giovane dicevano Piasintein ladar e assassein, ma anche Piacenza, città delle belle donne». E intanto, la stima nei suoi confronti si faceva sempre più vera. Anche lui, di volta in volta, si affezionava. Sembra ieri, quando a tavola prese un tovagliolo di carta e cominciò a tratteggiare con la penna un profilo.

Mi guardava e con la mano disegnava, quasi fosse un bozzettista, un pittore che d’improvviso trova l’ispirazione attraverso quel carboncino. In realtà, tracciava il mio profilo. «Tranquillo, – mi spiegò – è che coi ritratti me la cavo bene e, se voglio scrivere una presentazione su di te, avere davanti il tuo ritratto può essermi utile. Quando ti consegnerò il dattiloscritto, ti regalerò anche questo bozzetto, che non è niente, ma ha un suo perché».

Mi chiese più volte di Piacenza, delle vallate che la circondano e del fiume che la lambisce. Spiegava il motivo per cui i piacentini sono diversi dai lodigiani: «E’ il Po a dividervi, il sacro fiume». E non è poco, diceva con una punta di ironia. «Anch’io sono bassaiolo di San Zenone. Sono cresciuto brado, quasi fra boschi, rive e mollenti. Io sono padano di riva e di golena e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po. Sono un uovo fatto fuori dal cavagnolo, quando mio padre e mia madre non pensavano più di avere un altro figlio.

Sono cresciuto fra i paperi e le oche naviganti l’Olona. Mio padre era un sarto socialista, io un promettente centromediano, da ragazzo. Poi persi la testa e mi laureai in Scienze Politiche a Pavia. Eravamo nel ’43, c’era la guerra, la città distrutta. Forse quella laurea me l’hanno data con manica larga. Sono stato anche partigiano in Val d’Ossola, ho attraversato la guerra senza sparare a un essere umano. Poi, ho cominciato questo mestiere». Giornalista e scrittore, nella testa e nel cuore.

Concludendo, il Brera che ho conosciuto non è mai stato né aspro né testardo, né burbero né scontroso. Io ho il ricordo di un uomo buono e sensibile, timido e a volte provocatore, quasi pudico nei sentimenti. E penso che quando si definiva “Gioàn fu Carlo”, lo facesse per sottolineare la propria tradizione contadina, ma anche l’amore per i genitori e per quelle origini lontane. Si è sempre messo in gioco, ha sempre difeso le sue tesi contro tutto e contro tutti, è stato stimato, amato, contrastato.

Ma in tutti noi, quando se ne è andato in quella maledetta notte di dicembre del 1992, ha lasciato un vuoto enorme. Se oggi penso a quegli anni e a quel periodo, mi ritrovo ad essere uno dei tanti Senzabrera. (Salut! Avrebbe concluso lui…). Mauromolinaroli, quello del Ginu ad l’acqua e d’la Lina dal puss.

Mauro Molinaroli

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  1. Scritto da veronica

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