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Le Rubriche di PiacenzaSera - Nave in bottiglia

I giardini di Lucio non sono più gli stessi

Torna la “Nave in bottiglia”, la rubrica di PiacenzaSera.it curata da Mauro Molinaroli, la settima puntata.

I giardini di Lucio

E’ morto nel settembre del 1998 Lucio Battisti. Siamo quindi nel ventesimo anniversario della sua scomparsa. Quando venne a mancare fu un grande e profondo dispiacere popolare.

Che cosa significhi popolo, oggi, non è più ben chiaro. Nel caso di Battisti però è chiarissimo: significa che molti milioni d’italiani di ogni ceto sociale e di almeno due generazioni hanno cantato le stesse canzoni. C’è una chiave in ogni bella canzone e in tante di Battisti in particolare che si apre e ci scioglie come fossimo prigioni di burro.

Il ricordo di un amore, il primo bacio, la prima automobile, i compagni di scuola, una vacanza, una chitarra, una tenda, un falò sulla spiaggia, la classica gita in pullman e su tutto la giovinezza che sfuma e va a morire silenziosa. Questo è stato Lucio Battisti.

La mia generazione non ha visto la luna confondersi con i falò, ma ha strimpellato con una chitarra, nelle sere d’estate in riva al fiume o in riva al mare: “Tu chiamale se vuoi / emozioni…”.

Le canzoni di Battisti ci hanno tenuto splendidamente per mano. E oggi i Giardini di Lucio non sono più gli stessi e Battisti è la metafora della nostra memoria, è la voglia di ricordare. Dieci anni dopo viene da dire che con la sua morte si è chiusa un’epoca e riascoltare le sue canzoni è come avere la conferma, forse un po’ melanconica, che siamo cambiati.

E’ come infilare il coltello nella piaga per chi, come me, in provincia ha messo radici. C’erano la guerra del Vietnam, gli ultimi fuochi del Sessantotto e “Ultimo tango a Parigi” ma preferivamo coltivare le nostre piccole grandi storie quotidiane con i brani di Battisti. Lucio Battisti con la sua musica, ha ispirato all’amico Mogol storie d’amore di ordinaria quotidianità, cantate con voce roca e sgraziata ma straordinariamente musicale.

Che salivano alle stelle per implorare Anna e scendevano poi agli inferi a cogliere Fiori rosa e fiori di pesco per spegnersi nella tristezza dei Giardini di marzo. Una voce che aveva in sé un germe di ribellione interiore che arrivava dritto al cuore. E anche per questo amavamo e ascoltavamo Lucio Battisti. Le sue canzoni narravano storie diverse, nuove, torbide e pure. Battisti cantava l’amore in modo dimesso, travolgente, sgangherato, ma affascinante. Era l’amore fatto a pezzi e travagliato, irresponsabile, scandaloso, carnale e cerebrale.

Dieci anni fa con la morte di Battisti si è spezzato un sogno. Il dolore di noi ragazzi di ieri da allora è intatto nonostante tutto: siamo solo più vecchi di allora. Lucio ci ha fatto vivere sensazioni impalpabili e bellissime. Si confermò grande musicista e ineguagliabile cantante con quella voce acerba, selvatica, intonatissima da eterno ragazzino con il cruccio di vivere. Le sue canzoni scritte con Mogol sono vita, pura vita. Sono aria e suoneranno all’infinito o almeno per quanto infinita possa sembrarci la vita: tre minuti di canzone.

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