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“Universi” intervista Fellegara, “fatica ed entusiasmo” di una preside foto

La redazione di “Universi” ha intervistato la preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza Anna Maria Fellegara.

Una lunga e piacevole chiacchierata, nel corso della quale, Chiara, Micaela, Hassan e Roberta hanno sottoposto alcune domande alla docente piacentina, da sei anni alla guida della facoltà più “giovane” dell’ateneo di San Lazzaro.

Tanti i temi toccati: Anna Maria Fellegara non ha nascosto le difficoltà e le sfide del suo lavoro, e si è raccontata anche sotto il profilo personale. Ecco le sue risposte.

Benvenuta Anna Maria, come prima domanda le chiediamo una autopresentazione, per conoscerla meglio. Ci spieghi anche in cosa consiste il ruolo che ricopre in Cattolica. 

Grazie per questa domanda. Comincerò con una rapida presentazione personale.

Lavoro in  università da tanti anni.  Ho cominciato come ricercatore a Parma, alla facoltà di Economia dove mi ero laureata, e proseguito nei diversi passaggi richiesti, superando concorsi a Milano e a Lecce, e ritornando a Parma alla fine come professore ordinario.

Ho costruito e sviluppato nel tempo un buon rapporto professionale con la sede piacentina dell’Università Cattolica, sia perché questa è la mia città, sia perché la presenza di Economia mi aveva stimolato interessi di ricerca e di didattica che ho avuto la possibilità di sperimentare. Così quando una decina di anni fa, alcuni colleghi mi hanno chiesto la disponibilità a coprire un posto che si era reso disponibile, ho accettato la sfida e mi sono trasferita  definitivamente.

Sono sposata con Franco (che è avvocato) e  ho due figli grandi Pietro che vive e lavora a Torino e Susanna che si è laureata alla Triennale da pochi giorni in Scienze della Formazione e dell’Educazione. Pietro ha scelto di non frequentare l’università e per me non è stato facile accettare la sua scelta, però oggi lo vedo soddisfatto e il mio cuore di mamma si è consolato.

Susanna ha dovuto superare le sue difficoltà per concludere il percorso universitario qui a Piacenza e forte di questo risultato positivo ha deciso di mettersi ancora in gioco, iscrivendosi alla magistrale, sempre in Cattolica, ma a Milano. “Vivere a Milano da studentessa è come studiare in  una capitale europea” dice Susanna. E’ una nuova sfida e, anche in questo caso, le saremo vicini.

Venendo alla domanda sono preside della facoltà di Economia e Giurisprudenza da sei anni, cioè da quando la facoltà è nata, frutto dell’unione di due realtà in precedenza distinte.

Gestire una facoltà universitaria è molto complesso, prima di tutto perché le persone coinvolte sono molto numerose (una settantina di colleghe e colleghi  senza contare quelle delle altre facoltà e sedi, qualche migliaio di studenti, personale tecnico amministrativo) e poi perché la relazione interpersonale e lo spirito di  collaborazione vanno alimentate con costanza e attenzione.

E’ un’esperienza che facciamo tutti ogni giorno, il rapporto con gli altri è complicato, richiede tempo. Ognuno è fatto a suo modo, ognuno ha le sue ferite, le sue speranze e non è facile riconoscerle, rispettarle, ma la contempo perseguire un bene comune più ampio.

Ecco la mia preoccupazione principale è proprio quella di non trascurare le istanze delle persone che vivono la facoltà senza perdere d’occhio la finalità dell’istituzione. L’errore che compio e di cui mi rammarico maggiormente è quello di cercare scorciatoie  verso un obiettivo concreto che mi sembra irrinunciabile e nel fare ciò trascurare i passaggi personali, correre troppo.

D’altra parte l’esigenza di correre un po’ c’è, perché le scadenze e le urgenze sono tante, pressanti, impellenti.

Innovare costantemente l’offerta formativa adeguandola alle necessità del mondo del lavoro e delle istanze formative degli studenti, mantenere un elevato livello qualitativo nella formazione, nella ricerca, adottare strumenti di programmazione e coordinamento che conducano l’organizzazione a raggiungere una serie di traguardi, stabilire e alimentare rapporti con il territorio, le sue forze produttive…

Insomma  bisogna pensare a tante cose, e occorre farsi aiutare, agire  con calma, bisogna dedicare alle persone il tempo che loro richiedono, e bisogna ascoltare, non solo con le orecchie: c’è tanta comunicazione che non passa attraverso le parole!

Ecco, ho cercato di descrivere ciò che vivo come principale sfida nel ruolo di preside che oggi ricopro, ma più in generale sono convinta che incontrare l’altro sia da sempre una condizione in cui si sperimentano contemporaneamente limite e possibilità, libertà e responsabilità, rischio di non essere compresi e emozione del trovarsi.

Le regole amministrative che oggi governano il mondo universitario sono particolarmente pesanti. Si potrebbe dire che la burocrazia è andata crescendo in modo esponenziale sino a condizionare in modo determinante tempi e modi del fare didattica e ricerca e la presidenza, così come gli altri organi accademici, ne portano il peso maggiore.

Talvolta mi vengono alla mente le descrizioni dell’organizzazione imperiale zarista fatta magistralmente da Tolstoj o da Checov e francamente le trovo molto pertinenti, fatti gli opportuni distinguo, con una certa deriva attuale. Lo sforzo è quello di puntare ad un miglioramento continuo, che superando i formalismi delle procedure e degli atti, salvaguardi le finalità e consenta di adeguare il nostro sistema universitario a quelli più evoluti in ambito internazionale.

La cosa più bella di tutte in università sono gli studenti. Questo lavoro si fa volentieri perché ci siete voi, perché ci sono i ragazzi e le ragazze che studiano e si formano nelle nostre aule con determinazione, passione e sguardo verso il futuro. Le giornate non sono sempre colme di soddisfazioni, le delusioni, i dubbi, il rammarico non mancano, ma l’energia vitale e  stimolante che sento ogni mattina all’idea di affrontare questo impegno, mi fa buttar giù le gambe e saltar fuori dal letto, come trenta anni fa.

Domanda di Chiara Ruggeri: Lei sente molto il peso della responsabilità di svolgere un ruolo così impegnativo oppure è stato abbastanza naturale abituarsi alla sua nuova carica, grazie anche all’aiuto dei suoi colleghi in università?

Ho fatto un’esperienza amministrativa in passato: l’assessore al comune della mia città per 10 anni. Ho una formazione giovanile scout e nel movimento ho svolto diversi servizi una volta adulta, come capo fino a responsabile di zona.
La responsabilità c’è tutta e c’è sempre, si impara a gestirla; si fanno errori, appunto, ma si migliora.

Così è stato anche per il nuovo incarico di presidenza. Una volta accettato, “buttando il cuore oltre l’ostacolo”, si prova. All’inizio ci si muove malamente frenati dall’inesperienza e dal peso della responsabilità che sembra davvero sovrastante, poi con pazienza e impegno grazie all’aiuto degli altri, contando sulla delega e sulla condivisione, il percorso si definisce e si cammina più speditamente.

Non immaginavo anni fa che avrei svolto questo servizio, però questo è ciò che mi è stato dato di vivere e ora vorrei che fosse lo strumento per crescere interiormente, non un ostacolo alla mia umanità.  Il fallimento di un progetto, di un’iniziativa non mi fanno piacere, ovviamente, ma non mi spaventano. Il successo è una parte della vita, non sempre quella prevalente. Letta in questo modo, la responsabilità è servizio e può diventare parte della propria vita in modo naturale.

Quindi il ruolo di assessore l’ha aiutata?

Mi ha aiutato moltissimo. Consiglio a tutti un’esperienza di amministratore pubblico nella propria città. E’ istruttivo: si comprendono meglio i problemi che la comunità deve affrontare e risolvere, ci si allena a farsi carico di un servizio importante per gli altri e soprattutto si capisce che la propria posizione deve essere mediata con quella degli altri, che va spiegata e che le idee degli altri sono parimenti degne di ascolto e di attenzione.

Si parla di arte della politica come mediazione, capacità di sintesi e di contemperamento di interessi diversi spesso contrastanti. Condivido questa lettura.

Ricordo le prime esperienze in consiglio comunale. Mi dicevo “Questa è una cosa giusta, bisogna farla, è una cosa buona!”. Di fronte alle incomprensioni e alle posizioni contrarie rimanevo sbalordita. “Ma come? È talmente evidente l’utilità, come mai non tutti sono d’accordo?”.

Ho realizzato col tempo che il consenso si costruisce con pazienza, perseveranza e con l’ascolto.

Domanda di Micaela Ghisoni: qual è il motivo per cui è stato deciso di unire le due facoltà di Economia e Giurisprudenza? Quali sono le ripercussioni fondamentali che ricadono sul tipo di percorso universitario?

L’Università Cattolica, caso unico nel panorama delle università private italiane,  è un ateneo caratterizzato da una pluralità di sedi (Milano, Brescia, Piacenza, Cremona e Roma sono le principali) e da una molteplicità di corsi di studio realizzati attraverso dodici  facoltà che spaziano tra  Medicina e Chirurgia a Matematica, tra Scienze Linguistiche e Psicologia.

La multidisciplinarietà è un elemento specifico della Cattolica e l’approccio trasversale un suo tratto peculiare.

Tra queste facoltà 3 che occupano di economia e 2 di giurisprudenza. A Piacenza abbiamo allora pensato di differenziarci dalle altre unendo le specificità dei percorsi giuridico-economici, creando un’offerta formativa più caratterizzata e riconoscibile. Il risultato del quale siamo molto soddisfatti è stata una nuova facoltà con un’identità ben definita, molto distinguibile dai competitor milanesi e emiliani.

I nostri laureati hanno apprezzato la proposta e i dati delle immatricolazioni ci dicono che la qualità della nostra offerta formativa è riconosciuta dai giovani e dalle loro famiglie. La preparazione è fortemente arricchita dalle discipline e dai saperi manageriali e  giuridici richiesti dalle imprese e dalle professioni. Abbiamo anche ideato un percorso di doppia laurea da offrire al tradizionale laureato in giurisprudenza, insomma una ibridazione in cui crediamo molto..

I dati sull’occupazione dei nostri laureati, a sei e dodici mesi dalla laurea, ci confermano ed incoraggiano in questa direzione.

Occupazione a tempo determinato?

Per la maggior parte. La porta di ingresso al mondo del lavoro continua ad essere lo stage e il tirocinio, ma poi si arriva a una stabilizzazione del rapporto a cui tengono soprattutto le imprese che possono investire in un orizzonte più lungo sulla valorizzazione dei talenti che hanno intercettato e che possono essere l’elemento critico di successo delle loro attività, della loro crescita.

Dai questionari emerge anche una buona soddisfazione espressa dai laureati sulla qualità e tipologia di attività svolta. La maggioranza dichiara di dedicarsi ad un lavoro che risponde a quello che avrebbe voluto fare iscrivendosi all’università.
A volte si lamenta un livello retributivo non pienamente soddisfacente, ma la direzione si conferma positiva.

Domanda di Chiara Ruggeri: anche i ragazzi disabili trovano facilmente lavoro, anche attraverso stage?

Abbiamo un numero crescente di studenti che si avvicinano a facoltà tecnico-scientifiche con diversi livelli di disabilità e con forme differenti. Devo dire che, per la mia esperienza, le situazioni più difficili sono quelle legate alla disabilità psichica, che talora non è riconosciuta dallo studente.

Tenete presente un fatto non trascurabile: l’università si relaziona con persone maggiorenni, lo studente è sempre il solo a decidere se farsi aiutare,  se e in che modo coinvolgere le famiglie di origine o altri adulti di riferimento.  Quindi chi vuole essere accompagnato nel percorso di studio in Cattolica, può trovare un grande sostegno ed aiuto, ma deve chiederlo. Ciò vale anche per le attività di stage e tirocinio.

I servizi di placement si occupano anche degli studenti con disabilità e compatibilmente con le condizioni oggettive e soggettive non vi sono differenze di trattamento.

Potrebbe tuttavia essere interessante, proprio alla luce della crescente presenza di questi studenti e del successo del loro percorso scolastico che porta ad avere un più consistente numero di laureati, monitorare i loro percorsi post laurea, per avere dati e informazioni più puntuali e non generici.

Una maggiore interazione con il Servizio Integrazione, che in Ateneo è davvero una struttura di eccellenza, potrebbe dare risultati di conoscenza molto utili anche per i presidi nella valutazione dei corsi e delle iniziative didattiche.
Sarebbe importante approfondire domande riguardanti non solo se i laureati con disabilità hanno accesso al mondo del lavoro, ma ad un livello corrispondente alle proprie aspettative.

Una relazione continuativa nel tempo, anche attraverso l’adesione all’associazione degli ex-alunni, uno spazio consono di valorizzazione dei loro percorsi post laurea arricchirebbe molto l’esperienza e la tracciabilità delle migliori prassi in università.

Domanda di Roberta Capannini: cosa significa il concetto di inclusione in senso giuridico?

Per quello che vedo io, dalla mia prospettiva particolare inclusione significa riconoscere le differenze, offrire tutti gli strumenti idonei per accogliere e arricchire tutta la comunità con il contributo specifico che ciascuno può portare.

Non so se questa sia la definizione più completa e corretta, in senso giuridico, non sono una specialista, tuttavia so che essa a che vedere con l’accoglienza, il riconoscimento delle diversità come elemento di vantaggio e crescita generale e collettiva.

Concretamente posso dirti che in Cattolica si seguono tre piste fondamentali per una reale inclusione.
La prima è quella di offrire a tutti coloro che hanno voglia di studiare, un aiuto per realizzare i propri progetti. Il sistema di borse di studio e di aiuti economici per gli studenti che non sono in condizioni di sostenere il costo dell’istruzione universitaria di qualità, ma che sono meritevoli e capaci, è molto articolato, consistente e posso affermare, capiente, cioè in grado di dare una risposta a tutti coloro che ne hanno diritto.

Il primo tipo di inclusione è dunque la non esclusione di chi è privo di mezzi per poter studiare in un ateneo privato di grande prestigio e reputazione anche internazionale.

La seconda forma di inclusione è allenare al riconoscimento delle differenze tipiche dei paesi, delle strutture sociali, dei sistemi economico-giuridici. In questo senso puntiamo in facoltà, attraverso il programma di Doppia Laurea, ad una conoscenza profonda di altri contesti e chiediamo ai nostri studenti di trascorrere un tempo lungo in totale immersione  in altri mondi rispetto a quello dal quale provengono.

Uno o due anni spesi in mondi diversi sono una palestra insostituibile per formare all’accettazione dell’alterità, della differenza, dello stare fuori dal cosiddetto mainstreaming. Del resto accogliamo in sede studenti stranieri che a loro volta contaminano e fertilizzano le relazioni, non limitandosi semplicemente ad imparare la nostra  lingua e a superare alcuni  esami, ma familiarizzando in profondità con la nostra cultura e lasciando traccia della loro.

Cito un piccolo esempio che mi riportava nei giorni scorsi un nostro studente che è in scambio a Lancaster in Inghilterra. Aveva costatato che gli altri studenti presenti al campus avevano l’abitudine di incontrarsi, dopo che ognuno aveva mangiato nella propria stanza, portando con sé la propria dotazione di bevande per la serata.

Praticamente si trovavano insieme solo per parlare, senza condividere nulla. Allora ha proposto l’idea di una spaghettata con messa in comune di viveri e birre, introducendo una novità assoluta nello stile della sede e comunicando in modo estremamente efficace le differenti tradizioni e culture sottostanti.

Infine vi è un  terzo livello a cui può e deve essere giocata l’inclusione: quello della dimensione  politica e sociale. Questo significa condurre ricerche e impegnarsi concretamente nel promuovere il valore dell’inclusione come un elemento imprescindibile di giustizia, di tutela dei diritti umani, di equità e in convivenza pacifica. Per esempio come facoltà aderiamo alla Fondazione Robert Kennedy, per la difesa dei diritti umani.

Numerosi  studenti della scuola di  dottorato hanno in atto progetti di ricerca su questi temi, con organizzazioni internazionali e istituzioni universitarie di paesi, come quelli latino americani, in cui migrazione dei popoli e strumenti per l’inclusione sono temi di studio e di approfondimento.

Domanda di Hassan Haidane: quali sono i luoghi, ovvero aziende e simili, in cui gli studenti vogliono più frequentemente svolgere tirocini e stage?

Dipende molto dal tipo di corso di studi che stanno seguendo e quindi dall’interesse specifico che li muove.

Le grandi aziende e le catene distributive, le banche, le banche d’affari e le società d’investimento, gli studi legali e commerciali legati alle libere professioni sono le mete preferite dagli studenti che stanno frequentando la laurea magistrale in economia.
Mantiene sempre un certo interesse la pubblica amministrazione, in tutte le sue svariatissime forme in cui si articola (prefetture, aziende sanitarie, amministrazioni locali, agenzie per le attività di programmazione controllo, legale societario).

La componente studentesca impegnata sui percorsi di laurea in ambito giuridico predilige esperienze di tirocinio e stage formativo presso gli uffici giudiziari (tribunali, procure della Repubblica, questure) e a questo proposito la facoltà ha fatto un bell’accordo con gli uffici giudiziari di Piacenza, di Cremona e, sono in corso contatti con il Tribunale di Lodi.
In generale i nostri studenti e i nostri laureati sono davvero molto apprezzati.

Abbiamo un ottimo servizio di accompagnamento all’ingresso nel mondo del lavoro. Il servizio di placement aiuta i nostri laureati a mettersi in contatto con le aziende che cercano nuove risorse umane da inserire, crea occasioni di incontro, organizza momenti ad hoc in cui le imprese posso dialogare con una selezione di candidati più rispondenti ai profili da loro richiesti.

E’ attivo anche un’ interessante e promettente iniziativa denominata MYMentor in cui  ad ogni studente che lo desidera e ne fa richiesta (occorrono alcuni requisiti di selezione) viene assegnato ad un imprenditore o libero professionista o manager che lo assiste ed accompagna nella redazione di un progetto imprenditoriale. Una sorta di “angelo custode” che realizza in un rapporto personale con lo studente il trasferimento delle conoscenze e dell’esperienza che ha acquisito in precedenza ed accompagna questa delicata migrazione dal mondo dello studio al mondo del lavoro.

Domanda di Chiara Ruggeri: cosa pensa della nostra rubrica Universi? Sarebbe favorevole a stabilire un tipo di collaborazione con noi?

Mi dichiaro molto favorevole alla collaborazione, perché è importante conoscerci più in profondità. Oggi attraverso il nostro incontro vi ho presentato idealmente i miei colleghi e le mie colleghe, gli studenti, le tante belle persone che fanno di questa istituzione un luogo vivo e continuamente in movimento. I presidi sono i terminali di strutture organizzative molto complesse, ma alle loro spalle c’è un universo che vale la pena esplorare.

Lo stesso dicasi per voi e la vostra testata giornalistica, dietro la quale ci sono tante persone interessanti che hanno cose da raccontare.

Recentemente con il preside Trevisan e la direzione di sede abbiamo lanciato l’idea di avviare la piantumazione del campo prospicente il collegio Sant’Isidoro. Vogliamo realizzare un frutteto che ogni anno si arricchisca di un filare di essenze autoctone: una pianta per ogni corso di studi presente. Abbiamo posato le prime 8 piante, tra 5 anni ne avremo 40 alcune già in grado di dare frutti e di fare ombra.

Gli studenti hanno aderito con entusiasmo a questa iniziativa e sono venuti il giorno della dedicazione armati di stivali per entrare nei campi inzuppati di fango.
Ecco possiamo lanciare insieme un’iniziativa che ci consenta di conoscerci meglio e che metta a tema obiettivi, interessi, strumenti.

Fateci proposte: la nostra risposta non si farà attendere!
Grazie a tutte e a tutti è stata una mattina intensa ma davvero emozionante.

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