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Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Universi

La memoria e la testimonianza dopo l’orrore. “Universi” al Giorno della Memoria

La giornata della memoria all’Università Cattolica di Piacenza è un appuntamento che la redazione di “Universi” non si è lasciata sfuggire: con un prezioso convegno fatto di testimonianze diverse e la presentazione di un libro avvincente. Ecco i contributi di Chiara Ruggeri e un’intervista collettiva della redazione.

La testimonianza come strumento di sopravvivenza agli orrori del lager.

Anche quest’anno noi di Universi abbiamo seguito il seminario organizzato dalla facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Piacenza in occasione della Giornata della Memoria.

Il titolo: “Siamo qui, siamo vivi!” La voce dei salvati dalla Shoah riflette l’intenzione di ricordare coloro che si sono salvati, o meglio che sono stati salvati, perché, come dice giustamente il coordinatore del convegno, professor Daniele Bruzzone, “nessuno si salva da solo”.

Fra tutti i testimoni della Shoah spicca la figura di Primo Levi, che, dopo essersi salvato dalla morte nel lager di Auschwitz, ha dedicato la sua vita a ricordare e a raccontare l’orrore e la degradazione provocati dalla disumanità di esseri mostruosi privi di empatia e di coscienza civile.

Per lui la scrittura è diventata il mezzo per far capire la sofferenza inimmaginabile e la perdita della dignità e della personalità a causa delle rigide e spaventose leggi del lager, che annullavano scientificamente e metodicamente ogni traccia di umanità nei prigionieri , gli Haftling, già quando entravano perché erano subito rasati, vestiti con uniformi tutte uguali e distinti fra loro solo in base a dei numeri, che sostituivano i nomi, con lo scopo di annientarli psicologicamente prima ancora che fisicamente.

Levi si considera “fortunato” perché finisce ad Auschwitz solo nel 1944 e quindi nella fase in cui per mancanza di manodopera i nazisti evitano le esecuzioni di massa nelle camere a gas per utilizzare i deportati facendoli lavorare fino allo sfinimento. Ugualmente, però, vive tutte le atrocità della propria condizione e non è sconvolto solo dalla fatica, dalla fame e dalle angherie dei nemici, ma anche e soprattutto dalla progressiva perdita di umanità e di solidarietà che caratterizza la vita del lager, dove conta solo la sopraffazione non solo da parte dei nazisti, ma anche da parte dei prigionieri più forti su quelli più deboli.

Non è facile per lui accettare che uomini che si trovano nella stessa situazione tragica diventino avversari spietati nella lotta quotidiana per avere un pezzo di pane in più e un po’ di lavoro in meno. Lui si difende da questa sconsolata visione dell’umanità cogliendo ogni minimo segno di generosità e di bontà, che neanche gli orrori e le torture riescono a cancellare.

Secondo lo scrittore esistono due categorie di persone, che pone al centro del suo ultimo libro, “I sommersi e i salvati”: i primi sono i più fragili, che si sottomettono totalmente ai prepotenti e agli aguzzini senza cercare di reagire almeno con la mente, mentre gli altri sono coloro che lottano per sopravvivere escogitando strategie e ricorrendo a ogni possibile stratagemma per resistere.

Primo Levi si è salvato perché aveva un compito da svolgere e non ha mai pensato ad altro per il resto della sua esistenza: ha voluto testimoniare con le parole, ma soprattutto con i suoi scritti, quello che ha vissuto e che nessuno può comprendere e conoscere se non gli viene raccontato e spiegato fin nei minimi particolari perché nessuno possa dire di non sapere e di ignorare quello che uomini “normali” hanno fatto ad altri uomini senza pietà né rimorsi.

Non vuole esprimere rabbia o lamentarsi, come dice nell’introduzione al suo libro più famoso: “Se questo è un uomo”, che prende il titolo da un verso della poesia che colloca all’inizio, dove ricorda il dovere della memoria di quello che è accaduto. Fa quindi un paragone fra la nostra vita sicura e tranquilla nel calore delle nostre case e circondati da persone che ci amano e l’annientamento di uomini e donne come noi, che perdono progressivamente le forze e la speranza a causa delle persecuzioni disumane a cui sono sottoposti.

Bisogna ricordare queste persone, che sono morte, ma che devono restare nei pensieri nostri e delle generazioni future perché, come dice alla fine della poesia, uomini senza memoria e senza conoscenza del passato più oscuro devono essere maledetti e finire all’inferno.

Mi ha molto colpito e fatto riflettere l’intervento del professore di letteratura italiana Pierantonio Frare, che si è soffermato sul capitolo di “Se questo è un uomo” dedicato al canto di Ulisse della Divina Commedia perché, proprio in un condizione di sopraffazione e di abbrutimento come quella del lager, lo scrittore si propone di ricordare esattamente i versi di Dante per ripeterli al suo compagno di prigionia Jean che vuole imparare l’italiano.

Primo Levi non sa spiegarsi perché gli sia venuto in mente proprio quel canto, ma, man mano che i versi gli tornano in mente anche se non sempre con precisione, capisce che la vicenda di Ulisse e dei suoi marinai che alla fine del loro viaggio vengono sommersi dal mare (“Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso”) rispecchia in qualche modo il destino di tutti gli esseri umani e anche quello suo e dei suoi compagni di sventura.

Chiara Ruggeri

“Siamo qui, siamo vivi! La voce dei salvati dalla Shoah” – Intervista della redazione di “Universi” al curatore del libro Roberto Mazzoli

Nel diario inedito “Siamo qui, siamo vivi!” è contenuta la storia di Alfredo Sarano. La redazione di “Universi” quasi al completo ha intervistato il curatore del volume, Roberto Mazzoli, che porta le prestigiosa prefazione di Liliana Segre, neosenatrice a vita.

La storia di Sarano e della sua famiglia meritava di essere raccontata: dopo le leggi razziali del 1938, ebbe l’intuizione di nascondere le liste della comunità ebraica milanese, mettendo in salvo così molte famiglie dai rastrellamenti, e che in seguito fu salvato a sua volta, con la moglie e le figlie, grazie al coraggio e alla generosità di famiglie non ebree e, perfino, alla sensibilità di un giovanissimo ufficiale del Wehrmacht del cui gesto nulla di seppe per oltre 70 anni.

Ecco l’intervista in occasione della presentazione del libro in Cattolica a Piacenza

Domanda di Hassan: per quale ragione si è preso a cuore questa storia?

È una bellissima domanda. Bene bene non lo so nemmeno io, perché sono quelle cose che ti capitano e le insegui, sono storie magari anche più grandi di te. Mi sono preso a cuore questa storia fondamentalmente perché non c’era un finale, cioè c’era un bellissimo inizio ma mancava un finale. Soprattutto mancavano dei volti a questa storia; e una storia, per come sono fatto io, ma credo un po’ chiunque, se manca del finale o dei volti è incompleta.

Infatti quando mi sono messo alla ricerca e poi alla fine ho ritrovato la famiglia Sarano che nel frattempo si era trasferita ad Israele, mi ha detto proprio “Hai chiuso il cerchio”. In effetti, loro non sapevano, quando io li ho contattati, di questo gesto del comandante Erich Eder, che li aveva salvati; sapevano solo una parte della storia, così come noi invece non sapevamo e non avevamo l’identità di questa famiglia ebraica. Quindi si è chiuso appunto questo cerchio.

Domanda di Chiara: mi può spiegare come è riuscito a ricostruire la vicenda della famiglia di Alfredo Sarano, e perché ha voluto renderla pubblica?

Devo dire che quando ho ritrovato la famiglia Sarano sono state le stesse sorelle a consegnarmi questo manoscritto, che loro avevano tenuto gelosamente conservato in un cassetto, proprio fisicamente nel cassetto, per tanti anni. Questo perché avevano la sensazione che non fosse ancora il momento, e poi era un diario intimo e familiare, anche se di una portata storica eccezionale. Sono state poi loro a dirmi “Sei arrivato a noi proprio perché il tuo compito è di renderlo pubblico questo diario”.

Il diario di per sé sembra proprio un romanzo, quello che scrive Alfredo Sarano sembra già un romanzo. Ma anche la ricostruzione sembra un romanzo lo stesso. Mi sono appassionato anzitutto alla storia di Erich Eder, che era la parte nota di questa storia: si sapeva che un giovane soldato della Wehrmacht, di soli 21 anni, aveva salvato tante vite, si parlava genericamente di civili, ma anche di ebrei presenti nel convento del Beato Sante, nel momento dello sfondamento della linea gotica da parte degli Alleati. Questo si sapeva. 

Per mettermi alla ricerca della famiglia Sarano, chiaramente sono andato dapprima a cercare la voce dei possibili testimoni che ancora potevano essere in vita: quindi ho girato casa per casa dagli abitanti del paesino, la città di Pesaro perché comunque moltissimi sfollati, durante lo sfondamento della linea gotica, erano stati sfollati in questo paesino.

Però in questo modo non sono riuscito ad arrivare da nessuna parte. Alla fine ho avuto una certa fortuna, poi le sorelle mi dicono che non c’è solo la fortuna, probabilmente qualcos’altro, per chi crede magari non è fortuna: è successo che una sera, tra le varie tante ricerche che stavo compiendo su internet, ho trovato una pagina provvisoria, che era stata caricata da un sito di alcuni ristoranti di Israele, c’era stato un premio culinario, era stato assegnato a un locale, un ristorante italiano, il Pastaio.

Nel momento del ritiro di questo premio i titolari del Pastaio hanno raccontato un po’ la loro storia: erano una famiglia italiana, fuggita durante la guerra da Milano e rifugiatosi sulle colline di Pesaro. A quel punto ho messo insieme i pezzi, c’era il nome e sono quindi riuscito ad agganciare la famiglia Sarano. Poi, caso nel caso, questa pagina provvisoria non si trova più, è stata messa proprio pochi giorni, ed è stato il tramite che mi ha portato fino a loro e al diario di Alfredo Sarano.

Domanda di Chiara: può dirci qual è il valore, non solo storico, ma anche psicologico e letterario del diario?

Storico senz’altro, perché siamo stati a presentare il libro sia a Milano, con presente la comunità ebraica di Milano, e anche a Roma con il rabbino capo Riccardo Insegni. Diciamo che si capisce subito il valore storico di queste pagine, perché raccontano di una Milano fino a questo momento mai raccontata, perché Alfredo Sarano poi diventerà il segretario della comunità ebraica di Milano, ma era l’addetto ai tributi e quindi aveva censito personalmente oltre 13.000 persone della comunità ebraica.

Lui racconta come è avvenuto questo censimento e poi il regime abbia cercato di prendere questi dati, e come lui stesso si sia inventato delle strategie e degli stratagemmi per cercare di proteggere la sua comunità fino all’ultimo, nascondendo alla fine le liste stesse. Queste sono notizie che nessuno mai aveva raccontato perché appartenevano a lui e nessuno le aveva mai sapute, quindi è una pagina preziosissima, dal punto di vista storico.

Dal punto di vista letterario, il diario è scritto molto bene, perché Alfredo Sarano è un uomo molto colto, ha studiato alla Bocconi, quindi il diario è molto bello anche da poterlo leggere così. Però ho dovuto ricucire con un intenso lavoro storico e un apparato di note piuttosto importanti perché chiaramente lui nel racconto, dà per scontato tutto un mondo che noi non consociamo, il mondo di 70 anni fa, ma soprattutto il mondo ebraico, di una comunità nascente, perché, rispetto a Roma, a Milano sta nascendo tra otto-novecento. Quindi è tutto un mondo nuovo.

Quindi ha dovuto ricostruire tutta la parte storica?

Sì, tutta la parte storica, per cercare di renderlo leggibile nella sua completezza, perché veramente vale la pena di leggerlo nella sua completezza ma occorre fare quei legami importanti.

Dal punto di vista familiare, certamente questa è anche una delle tante storie che arricchiscono la memorialistica della Shoah, questa pagine della memoria del popolo ebraico perseguitato, e sicuramente ha anche un valore familiare, così come tante altre pagine che conosciamo. È anche un po’ un caso che si sia riuscita a salvare un’intera famiglia, al tempo composta da 7 persone, in un periodo in cui spesso le famiglie ebree, per salvarsi, erano costrette a dividersi, a lasciare i bambini in qualche istituto nascosti, quindi divisi da mamma e papà.

Tra l’altro questa famiglia era osservante, racconta nel diario una serie di passaggi in cui spiega il rischio di continuare a santificare del calendario ebraico, si sono esposti a rischi costanti fino alla fine della guerra. Dunque c’è dentro tantissimo di ambito familiare, che veramente fa bene alla società di oggi, è ricchissimo di tanti aneddoti che sembrano quasi la realtà romanzata di un film, in realtà è tutta vera: quando si dice “la realtà supera la fantasia”.

Si potrebbe trarne un film!

Sì è vero, infatti qualcuno me lo ha proposto, vediamo se diventerà possibile, sarebbe un sogno ancora più grande per tutti.

 

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