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Con “The Post” Spielberg va ancora a segno

THE POST
Usa 2017
regia: Steven Spielberg
durata: 115 min
genere: biografico-storico-drammatico
cast: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Mattew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon.
Il film racconta di documenti top secret usciti sui quotidiani New York Times e Washington Post. Ha ottenuto due candidature al premio Oscar e sei candidature ai Golden Globes
Daniel Ellsberg, uomo del Pentagono, disgustato dall’azione militare del suo paese nel Vietnam, nel 1971 fa pubblicare parte di documenti riservatissimi. Il New York Times ha per le mani materiale  bollente quanto basta a far tremare gli alti ranghi Usa. L’ambiguo e discutibile intervento dell’esercito/governo americano in Vietnam è secondo Daniel Ellsberg un insulto alla democrazia. La corte suprema impedisce al Times di proseguire le pubblicazioni in merito all’argomento  ma ciò non è sufficiente a insabbiare le cose poiché il Washington Post prosegue da dove il New York Times era stato obbligato a interrompere  svelando così molti scheletri nell’armadio, portando sotto i riflettori uno scandalo di Stato dalle proporzioni immani.
Va detto, anche se non occorre, che l’argomento è quello che è. Può annoiare a morte se non si è per nulla interessati agli accadimenti narrati in questi 115 minuti. Viceversa, i curiosi di assistere al  film denuncia più possente e autorevole finora mai realizzato avranno di che sfamarsi e ne resteranno certamente entusiasti.
Non può essere altrimenti: un grande cast per un grande film anche se “The Post” è molto più di un film. E’ un mosaico del quale scovare dove si annidino le tessere per poi metterle al posto esatto affinché tutto combaci è una soddisfazione senza eguali. Per il cinefilo estimatore del passato (retro’) in termini di ricostruzione, guardaroba e acconciature Steven Spielberg ha allestito un vero e proprio teatro – museo anni ’70. La cinepresa a spalla che segue gli attori negli interni delle redazioni da’ un’impronta documentaristica al suo prodotto  nel senso che questa scelta ha come fine ultimo quello di coinvolgere maggiormente lo spettatore nel parapiglia nevrastenico degli uffici.
L’intenzione base è mostrare lo squarcio attraverso il quale ADESSO la nazione può scorgere l’abisso. Forse qualcuno lo intuiva ma non era certo, ecco spiegato il perché della confusione che “ha mandato in tilt le redazioni”. Uno scandalo di quel calibro è un colpaccio e una manna per i giornali da una parte, una vergogna e una sconfitta dall’altra in quanto anche i cronisti più cocciuti e ficcanaso hanno un’identità ben precisa, che si identifica qui nello specifico nella bandiera a stelle e strisce. Pertanto, se vi è motivo di festeggiare per la tiratura delle vendite, così vi e’ anche motivo di meditare (con la testa tra le mani) a notte fonda, in casa. Quando tutto intorno è silenzio e le macchine da scrivere hanno smesso di sferragliare.
Su cosa riflettere? Su molte cose. In primis sul gioco sporco del Governo che ha trascinato il paese in una causa che non trova radici e motivazioni…Quantomeno questo è quello che resta in bocca, quel che si percepisce. L’ amaro del: “ma che accidenti ?!”. Da qualche parte nella Bibbia è scritto che l’Onnipotente opera il più delle volte in maniera incomprensibile all’uomo ma non credo che questa citazione sia di un qualche sollievo al signor tal dei tali che invece di votare X  pensa: “sarebbe stato più saggio se avessi votato Y”.
Film attualissimo. Provocatorio. Spielberg molla un progetto per dedicarsi a questo severo e impietoso lungometraggio. Ci crede fino in fondo e quel che ne deriva è già una pietra miliare. Erroneamente, molti nel “Belpaese” associano il cognome di Spielberg ai film per ragazzi, agli happy ending, ai commoventi film di buone intenzioni da vedere insieme alla famiglia. Qui stiamo parlando di Spielberg non di John Hughes, con tutto il rispetto per il suo genio di kids filmmaker.
“Salvate il soldato Ryan”, “Il colore viola”, “Schindler’s List”, “Amistad”, “Munich”. Sono prodotti tutt’altro che per ragazzini, firmati dal maestro di Cincinnati (Spielberg) ma si sa, quando il pubblico decide di catalogarti,  sei intrappolato in un cliché. Io non do a questa tesi nessun credito ma là fuori c’è gente decisamente influenzabile dal giudizio di massa che la pensa diversamente da me. Questo film è la dimostrazione più palese del fatto che Spielberg trova un’affinità e un parallelismo col purtroppo scomparso Pollack. Entrambi hanno cavalcato generi tutti diversi l’uno dall’altro. E non esagero se dico che: “L’eredita’ cinematografica made in Usa raccolta dall’Italia trova la sua ragione in due titoli che preferisco non citare…”.
Lascio scritto soltanto:
Pollack, 1975
Spielberg, 1993
A  buon intenditor poche parole.
Un film ambizioso e riuscito. Da vedere assolutamente.
Gianmarco Groppelli
Giudizio  ****

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