PiacenzaSera.it -  Notizie in tempo reale, news a Piacenza, cronaca, politica, economia, sport, cultura, spettacolo, eventi ...

Al Milestone abbandonati al jazz di Mister Konitz

Più informazioni su

Quello che rimane nella testa, dopo una serata a proprio modo storica come quella di martedì sera al Milestone di Piacenza, è un suono di struggente dolcezza, un’aria rarefatta ricca di suggestioni e di memoria jazzistica da cui è difficile staccarsi. Abbandonati ai suoni di mister Lee Konitz, uno dei monumenti viventi della storia del jazz, si vaga in un terreno incerto, sospesi a mezz’aria, canticchiando, come ha fatto lui durante tutta la serata, i motivi semplici e grandissimi della sua musica.

L’aria che si respira al Milestone prima del concerto del Lee Konitz quartet è quella delle grandissime occasioni, tanto più per un club che a più di dieci anni dalla propria nascita e dopo centinaia di concerti dal vivo si concede il lusso, meritato, di vedere la firma di Konitz sul muro di fondo del locale. Lo staff del Milestone, gli organizzatori del festival e la gente in attesa vivono l’eccitazione pura di chi sta aspettando di vedere e ascoltare una leggenda della musica che ama.

Andrea Zermani, maestro della scuola del Milstone e grande esperto di strumenti a fiato, mi dice che il Balance con cui Konitz suonerà è uno strumento che usa poco ma che è stato portato per l’occasione perché lo stesso con cui il grande saxofonista aveva suonato a Piacenza esattamente sessant’anni fa nel 1958. In realtà è uno strumento con cui litigherà durante tutto il concerto, con rabbia per la sua scarsa efficienza, tanto da chiedere al pubblico, scherzosamente, se qualcuno volesse acquistarlo, ma che ha un suono di una bellezza da togliere il fiato.

Gianni Azzali presenta il concerto tenendo tra le mani il testo sulla storia del jazz a Piacenza, ricordando lo storico concerto del ’58 quando il musicista aveva trent’anni. Lo fa sottintendendo che quella serata, come tante altre organizzate dal club che presiede, potrebbe esserne la naturale prosecuzione, ora che Konitz di anni ne ha novanta e torna a suonare nella nostra città.

Poi il quartetto sale sul palco del Milestone. Mr Konitz si muove lentamente, come ci si aspetta, e prende posto nella poltrona centrale dalla quale suonerà. La figura che incarna è uno dei modi in cui ci si immagina possa presentarsi un vecchio artista di quel calibro. Porta un cappellino con la visiera e delle lenti scure che gli proteggono gli occhi dalle luci, ha due bretelle colorate che reggono pantaloni larghi e molli con motivi damascati, ha il suo stupendo strumento tra le braccia.

Il trio che gli sta attorno è totalmente versato alla sua esibizione, lo sostiene musicalmente, lavora mettendosi a suo totale servizio. Lo aiuta anche, concretamente, perché possa orientarsi tra i brani della scaletta con la disinvoltura necessaria e complicata alla sua età. Gli ricorda i brani, lo segue nelle sue divagazioni e nelle svolte improvvise, lo supporta con un rispetto e un amore che soltanto il suo carisma gli consentono. Lee Konitz suona musica semplicissima con una sensibilità spaventosa. Ogni scala, ogni abbellimento, ogni tramo di tema, ogni singola nota sono un pezzo di pura poesia. Per una parte usa il suo straordinario sax alto ma per la maggior parte del tempo, irritato dalla risposta lenta e imprecisa dello strumento, canta.

Lui stesso dice di non avere la voce di Sinatra, e del resto dice anche che cantare come Sinatra non è per nulla facile, ma la sua voce è bellissima, piena di carisma e di melodia. E’ la voce roca e dimessa di un vecchio musicista che riesce ad entrare nell’anima con una forza e un’energia per le quali è poi impossibile dimenticarsene, ammesso che lo si voglia fare. I dialoghi cantati con il pianista Florian Weber, nel silenzio del gruppo o con solo le spazzole di George Schuller o il contrabbasso di Jeremy Stratton a tenere il tempo, danno una musica da fiato sospeso, piena di malinconia e, alla fine, di puro jazz. Ogni tema, ogni improvvisazione è fatta con un gusto e una semplicità disarmante, un insieme in cui l’enorme storia jazzistica di Konitz traspare chiara e con straordinario potere emotivo.

Tutta la musica di questa serata è una spiegazione non razionale di quale sia il motivo per cui chi ama il jazz lo fa con una passione spesso totalizzante. Si può argomentare sulla componente ritmica, sulla quantità più o meno grande di blues che porta al proprio interno, sulle ascendenze africane, sulla qualità intellettuale e tecnica di chi la suona, perfino sulla storia americana del secolo scorso.

Oppure si può ascoltare un concerto come quello di ieri sera al Milestone, senza chiedersi nient’altro, trovando tutto quello che si sta cercando, contenuto e indistinto dentro questo straordinario genere e quella grande musica di cui ha goduto il pubblico durante la serata.

La prima sessione è stata chiusa da un solo bis, per dare dare spazio poi al seguito programmato, una bellissima versione di ‘Round Midnight eseguita in duetto con il solo pianoforte di Weber. Non poteva esserci chiusura migliore e più evocativa per imprimere nella mente di chi li stava ascoltando

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.