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Tra Gigi Rizzi e i “Quaderni Piacentini”: il ’68 di Paolo Mieli fotogallery

Il ‘68 fu l’anno del “tutto è possibile”.

“Vivevamo in un mondo dove un ragazzo di Piacenza come Gigi Rizzi poteva sedurre – seppur per poco tempo – una delle attrici più belle del mondo come Brigitte Bardot. Se dovessi rivivere quell’anno lo farei nei panni di uno come lui”.

Le parole di Paolo Mieli all’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano sono state il viatico migliore a “Il futuro del Sessantotto”, il ciclo di incontri che ci accompagnerà fino a maggio per celebrare i 50 anni da quel fondamentale crocevia della storia recente.

Insieme all’ex direttore del Corriere della Sera, il fotografo Uliano Lucas, entrambe intervistati da Giangiacomo Schiavi.

“La nostra non è nostalgia da reduci, i nostri ospiti – ha esordito il giornalista piacentino – sono le persone giuste per raccontare quel periodo’.

“Vogliamo immaginare se di quel sogno – ha proseguito – si può salvare qualcosa, senza ripeterne gli errori, o se sia necessario chiudere l’album perché quella rivoluzione è fallita.

È stata una stagione di grande libertà, in Italia è durata di più che in altri paesi forse perché c’era più ansia di cambiamento”.

E la prima domanda a Paolo Mieli non poteva che essere “dov’eri nel ’68?

“Ero iscritto all’università di Lettere a Roma, – ha rammentato Mieli – e contemporaneamente avevo iniziato a lavorare all’Espresso dove ho conosciuto Uliano Lucas.

Era un mondo in cui si rischiava e poteva accadere di essere assunto giovanissimo in un grande giornale, oggi sarebbe assai difficilmente possibile.

È stato un anno fortunato per me per almeno due motivi, aver avuto il privilegio di incontrare Lucas, mentre la seconda fortuna si chiama Piacenza.

Aver conosciuto i “Quaderni Piacentini“, rivista culturale che fu davvero molto importante.

Paolo Mieli

L’idea che si ha del ’68 è molto deformata, in Italia in realtà quell’anno è durato un decennio. Sono seguite anche manifestazioni di violenza, e la matrice di questa violenza è stata fatta derivare dal ’68.

È possibile che sia stato così per alcuni aspetti, ma il ’68 che io ricordo fu ben diverso nella parte iniziale. Piacenza ebbe un ruolo, fu la componente intellettuale.

C’è un numero dei “Quaderni Piacentini” che viene considerato come una reliquia, contro l’università. Conteneva tutte le idee che avrebbero preso vita in quell’anno.

Era una rivista in cui non si parlava solo di politica, e ogni giudizio era un pugno nello stomaco: su libri, cinema ecc. Il ’68 fu questo, soprattutto.

Fu l’anno in cui dilagò questa voglia di un’intera generazione di stare insieme, con al centro la passione politica. Furono passioni litigiose e si aveva l’impressione di conoscere sempre cose nuove, ma al centro c’erano i contenuti. Poi sono passati cinquanta anni e il ’68 ha lasciato dietro di sè un’immagine anche sbagliata.

Sono convinto che questa epoca tornerà, non dico che tornerà proprio il ’68, ma quando si tocca il putno più basso, può tornare la voglia di discutere.

E poi evocata da Schiavi la figura di Gigi Rizzi, playboy piacentino e simbolo di quell’epoca.

“Un ragazzo di Piacenza che fu in grado – lo ha ricordato Mieli – di sedurre la donna più bella del mondo Brigitte Bardot.

L’idea che uno senza arte né parte, riesca a rubare un mito, una bandiera a un’intera comunità. Io a 50 anni di distanza ne sono ancora orgoglioso, è la dimostrazione che quello fu un anno in cui tutto era possibile. Oggi mi piacerebbe riviverlo nei panni di Gigi Rizzi”.

Uliano Lucas ha documentato attraverso i suoi scatti (esposti in Fondazione fino all’11 maggio) descrive l’Italia del 68 come ‘un mondo chiuso che esplode, grazie a una vivacità che assumeva tantissime forme’.

‘Il mondo stava cambiando, stava cambiando tutto il paese, un paese che nessuno conosceva, di confine tra l’est è l’Ovest. Quale è stata la talpa che ha scavato, introducendo questo cambiamento in un paese come il nostro, che era bigotto? La minigonna, la musica interpretano la voglia di vita di una generazione’.

Il cambiamento descritto da Lucas investe tutte le sfaccettature della società: nuova la musica, la moda, la cultura.

‘Era un mondo in evoluzione, con gli spostamenti dal sud di tanti operai e operai. Un mondo della valigia di cartone, anche degli intellettuali che dal sud si spostavano al nord’.

L’elemento comune di tutti questi mondi ‘era la felicità del vivere, degli studenti che occupavano l’università, in un momento in cui i libri si stampavano a tirature incredibili, dello stare insieme, discutere e parlare.

Allo stesso tempo c’erano le operaie che dal sud arrivavano al nord e entravano in fabbrica, dove scoprivano la solidarietà, le opportunità rappresentate dalle 150 ore (da utilizzare per corsi di istruzione, ndr). E’ un mondo chiuso che esplode, grazie a una vivacità che nel ’68 assumeva tantissime forme’.

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