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La ricerca e il talento di Iyer col suo pianoforte al Jazz fest

Difficile parlare di un personaggio come Vijay Iyer, figura del tutto disallineata con il panorama jazz contemporaneo del quale, per altro, riesce ad essere, a suo modo, punto di riferimento autorevole e riconosciuto.

Si tratta di una contraddizione solo apparente, la stessa nella quale si imbattono tutte le figure che hanno attitudine ad essere avanguardia, qualsiasi sia la disciplina in cui si cimentano, e per le quali la spinta ad esplorare i confini è probabilmente congenita.

In Iyer il fatto di essere un insegnante di musica ad Harvard che ha appreso l’uso del pianoforte da autodidatta già dice di quanto anomala sia la sua formazione e di quali spazi culturali questo lasci alle sue esplorazioni.

Stupisce molto meno la laurea in matematica e fisica a Yale, due rami della scienza che sono da sempre in stretto contatto con la radice profonda della musica occidentale e che appartenevano anche ad un musicista che fa parte della storia jazzistica del novecento come Clifford Brown del quale ci raccontava mr. Benny Golson lo scorso jazz fest.

La musica di Vijay Iyer, è bene chiarire subito, è tutt’altro che complicata o ostica all’ascolto. Si tratta di una musica indubbiamente complessa, ricca di stimoli e di influenze differenti, introiettate e rimasticate in una sintesi nuova e completamente jazzistica, qualsiasi definizione si voglia attribuire a questo termine. Un insieme di spinte mai leggere, mai troppo pop, e sempre segnate profondamente da una forte impronta ritmica.

Del resto la collaborazione con un altro riferimento straordinario, tra i meno main stream del jazz americano e mondiale, come Steve Colemann, non poteva che essere orientata in questo senso.

Ma il concerto al conservatorio Nicolini è stato innanzitutto un’immersione nelle possibilità del piano solo, una serata di musica mai banale ma mai ostinatamente contraria al gusto comune, come spesso succede a chi si spinge ai confini della musica contemporanea

La vera capacità di Iyer è quella di esplorare l’intera gamma di registri espressivi offerti dal pianoforte. I primi tre lunghi brani sono stati, in questo senso, l’esposizione completa di una poetica a tratti inafferrabile. Il brano d’apertura è stata un’immersione tellurica nel concerto e nelle sue possibilità, con un pianoforte decisamente percussivo e una quantità di suono e di ritmo travolgenti.

Gli ascoltatori si sono accorti della presenza di uno standard di Monk, immerso in tutto quel volume, soltanto ad una breve esposizione del tema a più di metà del brano, tanto era stravolta e ripensata nel profondo anche la parte armonica. Il tutto con una qualità di rielaborazione rara, senza la ricerca di facili soluzioni, senza trovate originali fini a se stesse.

Il brano seguente, d’altro canto e su un piano completamente differente dal primo, è stato giocato su lunghi e dolci passaggi espressivi, con l’ampio uso del pedale in passaggi distesi e a tratti sospesi all’interno di pause cariche di intensità poetica. Un mood completamente diverso sebbene chiaramente partorito dallo stesso spirito e indubbiamente appartenente ad una stessa ricerca espressiva.

E poi un brano straordinario, contenuto in un’altra stanza emotiva, costruito su una struttura a tratti spiazzante. Brevi e rapidissime pennellate, scorrendo tutta la tastiera da un estremo all’altro, con passaggi elettrici ma rotondi, sostenuti sotto il punto di vista armonico e straordinariamente forti nella ricerca ritmica. Un brano, per inciso, di sconvolgente bellezza.

Il tutto senza nascondere le capacità tecniche, indispensabili per sostenere gran parte dei passaggi del concerto ma mai fini a se stesse, mai sfoggiate senza esigenze espressive alle spalle.

La vera caratteristica del concerto è, appunto, la quantità di stimoli, di suggestioni, di idee che sono contenute nella musica di Iyer, dal hip hop alle armonie della musica asiatica, dall’elettronica contemporanea alla classica e al suo mondo acustico.

E poi, come detto, tanti standard annegati nei percorsi ampi e mutevoli dei brani a testimonianza, ce ne fosse bisogno, di quanto Iyer sia un musicista inequivocabilmente jazz. Una moltitudine spesso soltanto suggerita in alcuni brevi passaggi rivelatori ma più spesso volutamente confusa, ricomposta all’interno di una sintesi nuova e decisamente intrigante che apre possibilità anziché comprimerle.

La scelta del Jazz fest, in un cartellone sempre e anche quest’anno di grandissima qualità, di alternare musica main stream ad autori meno codificabili e più versati alla ricerca è, per la manifestazione, di grande interesse. Consente di vivere il festival non solo come momento di puro godimento per gli appassionati ma anche come immersione nel mondo musicale contemporaneo e nella vita che la supporta, spesso così distante dagli orizzonti ridotti dalla provincia italiana.

Nell’auditorium del conservatorio Nicolini c’era, a tutti gli effetti, un pezzo vivo di New York, della sua vitalità sociale e etnica, della sua straordinaria spinta culturale, almeno per la parte che gode delle possibilità offerte dalla molteplicità e che non ne ha paura.

Il concerto di Vijay Iyer è stato, in questo senso, un modo straordinario per vivere l’aspetto migliore.

(foto di Angelo Bardini)

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