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“Camionisti costretti a viaggi anche di 17 ore o licenziamento”. Titolari indagati  foto

Costretti a posizionare una calamita vicino al cronotachigrafo del camion per “truccare” i chilometri percorsi e inibire il sistema di frenatura automatica per il rispetto dei limiti di velocità, con viaggi che si protraevano fino a 17 ore: questo il quadro ricostruito dalla Procura di Piacenza nell’ambito di un’indagine condotta su quattro società di autotrasporti piacentine riconducibili agli stessi tre titolari, indagati per estorsione e rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.

Indagine tachigrafi

A far scattare le indagini durate circa tre anni sotto il coordinamento del sostituto procuratore Roberto Fontana e condotte dagli agenti della polizia stradale di Piacenza, sono state le singole denunce, avvenute in tempi diversi, di quattro dipendenti, tutti extracomunitari, delle predette società, a loro dire costretti a mettere in atto l’irregolarità sotto la minaccia di non ricevere lo stipendio o di licenziamento.

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, i camionisti dovevano utilizzare una calamita di elevata potenza (nella foto) per alterare il corretto funzionamento del cronotachigrafo, che registra i tempi di guida e di pausa. Viaggi giornalieri che per legge non devono superare le 9 ore e impongono 45 minuti di riposo ogni 4,5 ore, ma che per loro si traducevano in straordinari “fantasma” anche di 7 o 8 ore, lungo la tratta Piacenza- La Spezia o Piacenza- Genova.

La calamita, come precisato dal comandante della Polstrada Angelo Di Legge, incideva anche sul sistema frenante e sul limitatore di velocità dei mezzi pesanti, che in questo modo potevano superare anche i 110 km orari. “Una modalità che non solo mette a rischio la sicurezza di chi lavora, ma anche delle stesse strade. Queste violazioni sono state imposte ai dipendenti, quasi tutti extracomunitari, facendo leva su una condizione di debolezza economica oggettiva– ha sottolineato il sostituto procuratore -; “un fenomeno grave quanto difficilmente accertabile, perché in caso di controllo bastava liberarsi della calamita perché non ne restasse traccia”.

Un sistema di lavoro che per gli investigatori non era occasionale, ma sistematico e che rischiava di “inquinare” la funzionalità complessiva del sistema, creando condizioni che rischiavano di eliminare dal mercato le imprese che operano seguendo la legge, dando vita ad una “selezione al peggio”.

In cerca di riscontri di quanto dichiarato dai dipendenti, gli  agenti della stradale hanno posizionato dei gps sui mezzi pesanti in dotazione alla ditta, così da poter monitorare, a distanze, gli effettivi tragitti compiuti. Dati che in diversi casi non corrispondevano con quelli registrati dalle società, poi analizzati da due consulenti tecnici nominati dal pubblico ministero. Elementi che al termine dell’inchiesta hanno portato ad indagare i tre titolare delle società piacentine.

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