Il quartetto di Michel Portal incanta la Galleria Alberoni

Togliamoci subito dal dubbio e dalla necessità di dover costruire, sostanziare, preparare in maniera adeguata una affermazione semplice e inequivocabile: quello di ieri sera, nella prestigiosa sede del Salone degli Arazzi della Galleria Alberoni proposto dal Piacenza Jazz Fest, è stato un concerto magnifico.

Un concerto fatto da maestri, Michel Portal e il quartetto da lui diretto, musicisti estremamente colti, raffinati e intelligenti ma anche liberati da qualsiasi necessità di apparire, di mostrare, di spingere il proprio destino musicale in un senso o nell’altro.

E’ stata solo grande musica, frutto di un lavoro decennale fatto sulla propria pelle di artisti e di intellettuali completi, sostenuto da un talento grandissimo e mai discusso.

La loro musica è profondamente segnata dalle caratteristiche del jazz europeo, ambito che in qualche maniera Portal ha fortemente contribuito a formare. Un jazz che, evidentemente, ha meno ascendenze blues, meno musica africana nelle proprie viscere, e più tradizione classica ma, soprattutto per i musicisti di cui stiamo parlando, tante ballate popolari, tanta musica semplice delle tradizioni regionali del vecchio continente.

Nella musica del quartetto c’è molta melodia, ci sono molte arie semplici e motivi ricorrenti che sembra di riconoscere o individuare perché appartengono all’immaginario collettivo delle popolazioni europee. Ma tutto è trattato con una qualità musicale tale, nella costruzione armonica, nell’attenzione ritmica, nella raffinatezza dei timbri e dei suoni, che si è spesso disarmati di fronte a tanta maestria.

Occorre parlarne al plurale, del quartetto di Michel Portal, perché sebbene la figura del leader sia in qualche maniera trainante è difficile stabilire delle gerarchie di qualità tra i membri della formazione.

Innanzitutto i due front man, Portal e Louis Sclavis che suonano gli stessi strumenti e che dominano le scelte di direzione nelle quali la formazione si dirige. L’impressione che da il loro lavoro è quella di produrre vera magia, letteralmente non in senso metaforico. I due hanno la capacità di trascinare nel mondo delle favole, verso orizzonti emotivi poco conosciuti e ancor meno razionali.

La magia sta anche, probabilmente, nel suono scuro dei loro clarinetti bassi, in tutta la pienezza del suono del legno, come nei sax soprano e clarinetto, che rimanda a raffinati ambiti classici ma anche ad atmosfere silvane, all’incanto del silenzio nella natura. I bassi profondi quando suonano all’unisono perfetto, i loro dialoghi come piccole fughe accennate ma perfette, i rimandi e suggerimenti che si lanciano ogni istante, le esplorazioni divertite delle possibilità dei loro strumenti. E ancora la ricerca dei suoni, quando staccano, uno o entrambi, il bocchino e usano i tasti solo per percussione, oppure quando  Sclavis, sempre senza ancia montata, canta e suona dentro al tubo del proprio clarinetto basso. Tutto fatto con naturalezza, senza nessuna concessione allo spettacolo, tutto a puro servizio della musica. Un incanto e un grandissimo piacere.

E alle loro spalle, una ritmica altrettanto grande, altrettanto qualitativamente eccelsa. Bruno Chevillon al basso, straordinario e mai scontato in ogni intervento e in ogni momento di supporto, e soprattutto Daniel Humair alla batteria, un anziano bambino che gioca con le percussioni in maniera magistrale e con pochi e misurati movimenti produce una ricchezza ritmica difficile da trovare in altri esempi più muscolosi. Che fossero al servizio delle due prime linee, o che producessero suono in proprio nei rari assolo, si è trattato di un apporto sempre di grandissimo livello, sempre sorprendente per puntualità e per magistero musicale. Dal primo brano, nel quale alle spalle dei due  fiati correva, prodotto dalla ritmica, un treno a vapore sbuffante e velocissimo fino all’ultimo bis, chiuso dalla voce infantile e giocosa di Humair che segnava la fine del suo assolo e dell’intero concerto.

Un ultimo cenno alla sala degli Arazzi della Galleria Alberoni, che si è dovuta riallestire aggiungendo nuove sedute per accogliere tutto il pubblico accorso al concerto e che, così gremita, è stata un’anima palpitante, una risposta continua ed entusiasta alla qualità dello spettacolo a cui si stava assistendo.

Vedere la città rispondere in questa maniera ad uno spettacolo così raffinato, in un contesto così bello rende orgogliosi di vivere in questo luogo a contatto di tutta questa forza spesa per consacrare l’arte e la musica nella loro massima espressione.

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