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“Quello che non so di lei”, thriller psicologico di Polanski

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Quello che non so di lei
(D’après une histoire vraie)

FR-BELGIO-POLONIA 2017
110 min
regia Roman Polanski
gen thriller psicologico-noir-drammatico
cast Emmanuelle Seigner, Vincet Pérez, Eva Green, Dominique Pinon, Camille Chamoux

Liberamente ispirato al romanzo verità di Delphine de Vigan.

Delphine, scrittrice di successo in piena crisi creativa intreccia una singolare relazione con una sua fan, donna intelligente e misteriosa.

Premetto che ripercorre il trascorso artistico di Roman Polanski è un po’ come arrischiarsi sul ghiaccio.
La sua fortunata e chilometrica carriera vanta capolavori impressi nella storia del cinema. Vere e proprie pietre miliari.

Polanski è per certi versi un mondo a parte e i mondi a parte hanno bisogno di qualche parola in più.
Non voglio annoiare, tuttavia, pertanto non starò a dilungarmi troppo.

Potrei tracciare un profilo del regista al fine di dare una visione più chiara di questo controverso artista.
Ho scelto di farlo; con poche parole.

Sebbene, come del resto prima e dopo di lui, hanno fatto i suoi colleghi ossia cavalcare generi molto diversi l’uno d’altro, Polanski ha davvero qualcosa in più che lo contraddistingue.

Una sorta di marchio di fabbrica.
Un modo di fare cinema assolutamente personale.
Come dicevo, un mondo a parte.

Prendiamo come riferimento un David Cronenberg notoriamente riconosciuto come il fondatore “dell’horror biologico”.

Solo gli occhi di Cronenberg vedono realmente e lo sottolineo, realmente, ciò che è il risultato ultimo della sua fatica.

In questo si assomigliano molto poiché se esiste un regista al mondo i cui film appaiono a una prima occhiata addirittura incomprensibili (nel messaggio e nella vestizione) è proprio David Cronenberg.

Polanski trova un parallelismo col regista canadese in quanto entrambi hanno come scelta in comune quella di avvalersi dell’effetto shock, del – ma cosa ?-

Cronenberg, il più delle volte sbattendoci in faccia i più raccapriccianti effetti speciali sia in termini di make up che in termini digitali.

E poi ?
E poi la sottotrama.

Porte dentro porte e dove queste conducano è sempre un mistero.

Quindi, Cronenberg più diretto e spietato. Polanski più malinconico, intimista, “cauto” e di impronta più fina, ma sempre scioccante.

Mai prevedibile. Un passo davanti a tutti.

La macchina da presa è un’estensione dei suoi occhi che frugano l’animo umano, lo sviscerano letteralmente e lo passano al microscopio; per cavarne cosa ?

Angoscia, punti deboli, tetraggini, ambiguità e direi un compiaciuto, morboso ricalcare (sempre con perizia e mestiere) gli anelli che tengono insieme la catena del suo “bizzarro” stile. Del suo modo di vedere il mondo.
Qualche critico lo ha paragonato in questo senso a Ingmar Bergman.

Ne convengo al mille per mille: due psicologi oltre che due virtuosi registi.
Due esperti del tormento.

“Rosemary’s baby – nastro rosso a New York”, “L’inquilino del terzo piano”“Venere in pelliccia”.

Mi sbilancio e dico: la “trilogia dei sensi”.

Polanski torna alla riscossa col coltello in mezzo ai denti.

“Quello che non so di lei” è un film tesissimo, torbido, mozzafiato, inquietante, possessivo-ossessivo, nero, amaro, efferato.

Un – lasciatevi sconvolgere – d’autore.

Il confine tra “vero” e “falso” è una linea ben visibile oppure occorre scavare con le unghie per stanare il “vero” o il “falso” ?

Polanski ha tutto in testa.

Lo spettatore un po’ meno ed è proprio  questo che fa di “Quello che non so di lei” una perla del thriller psicologico.
Polanski è un genio.

Maestro della gamma cromatica.

La padronanza con la quale maneggia e impasta gli ingredienti di questo esplosivo prodotto è incredibile.

Nelle mani sbagliate il risultato sarebbe stato un guazzabuglio di deliranti immagini senza capo ne coda.

Viceversa, questo è proprio uno di quei film che a fine proiezione ti fa dire “Il buon cinema non è morto come dicono in molti!”.

Gianmarco Groppelli
Giudizio *****

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