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Il ’68 secondo Pistoletto “Rivoluzione dell’immaginazione e della poesia” foto

“E’ per strada che abbiamo incontrato il ’68. E’ stato un grande sogno che nella pratica si è trasformato in un incubo”.

Michelangelo Pistoletto, artista di fama internazionale, tra i fondatori dell’arte povera, è stato il protagonista della rassegna “Il Futuro del ’68”, organizzato dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano.

Presentato da Eugenio Gazzola, Pistoletto è stato protagonista di un affollato incontro nel Salone d’onore di Palazzo Rota Pisaroni.

“Il ’68 è stato un momento chiave, per me e per la società”ha detto. La sua produzione artistica, negli anni precedenti, si basa sulla ricerca della propria identità, con una serie di autoritratti (I quadri specchianti, ndr) in cui la ricerca del se’ arriva ad includere gli altri, grazie allo specchio che, da strumento utilizzato da sempre utilizzato dall’artista, nella realizzazione dell’autoritratto, diventa parte integrante dell’opera. “Lo specchio diventa – dice – il luogo dell’incontro. Tutti insieme siamo nell’opera: l’artista e chi vi si riflette”.

L’attenzione dell’artista, quindi, si sposta da se agli altri, alla società, e sono espressione di questo la serie di lavori Oggetti in meno. “Sono opere una diversa dall’altra, come se fossero realizzate da più persone. La mia identità, la mia concezione stilistica viene disintegrata. Io sono un noi, non sono più un io”.

Del ’67 è l’opera – performance Sfera di giornali, “opera che ha raccolto la partecipazione dei giovani”. E sempre in quel periodo apre le porte del suo studio e dà vita al gruppo di artisti chiamato Lo Zoo, con il quale vengono organizzati esibizioni e spettacolo. “Ci siamo chiamati così perché volevamo uscire dalle gabbie del sistema per trovare nuova linfa nella società – spiega -. Avevamo un’idea nuova di comunità, ed era un’idea di cambiamento. Se all’inizio il ’68 è stato una rivoluzione dell’immaginazione, della poesia, negli anni 70 è stato il potere a fare la sua rivoluzione. Ed è iniziato l’incubo”.

“Con l’arte povera – continua – ci siamo trovati a fare un’azione di resistenza. La nostra era un’arte radicale, nel senso che andavamo alla radice dell’arte. La natura era l’elemento primario, e la nostra non era un’azione estetica ma etica”.

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