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Centri educativi: c’è un modello piacentino. Tra realtà e progettualità

Un convegno che raccoglie le migliori esperienze dei centri educativi a Piacenza. La curiosità e la passione per il sociale di Micaela Ghisoni, della redazione di “Universi”, l’ha portata a seguire l’appuntamento organizzato all’Università Cattolica di Piacenza. Ecco il suo resoconto.

È una vera e propria emergenza educativa quella che oggi il mondo giovanile sta attraversando. Trasformazioni sempre più rapide della società si accompagnano a nuovi problemi e diversi bisogni, che coinvolgono non solo i ragazzi, ma anche gli adulti.

Queste le riflessioni sulla base delle quali si è sviluppato il convegno dello scorso 19 marzo, presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell l’Università Cattolica di Piacenza.

Nel tentativo di fornire possibili risposte ad esigenze sociali complesse, docenti ed esperti hanno rivolto l’attenzione ad una risorsa territoriale che risulta sempre più significativa nella formazione e nella crescita dei giovani: quella dei centri educativi.

Titolo dell’incontro è stato “Il modello educativo piacentino”, in riferimento alla realtà specifica di Piacenza. “Policentrismo territoriale, duplicità di accesso – pubblico e privato – e diversificazione dei contesti educativi pomeridiani, dentro e fuori dai plessi scolastici.” Queste, secondo gli esperti, le caratteristiche che distinguono il “modello piacentino” da altri contesti territoriali.

Tali elementi sono emersi attraverso un ampio lavoro d’analisi, illustrato al convegno e condotto in collaborazione con gli stessi centri educativi. Tre sono state le principali direttrici di sviluppo: monitoraggio e raccolta dati, riflessioni pedagogiche, ipotesi future di lavoro.

Dell’attività di monitoraggio si è occupato soprattutto Pier Paolo Triani, docente di Metodi e tecniche dell’intervento educativo all’Università Cattolica di Piacenza.

14 centri educativi distribuiti uniformemente sul territorio comunale in differenti sedi con 354 ragazzi frequentanti tra il 2016-2017, la maggioranza dei quali inviati dai servizi sociali e i restanti iscritti dalle famiglie e 83 operatori complessivi. 3 le cooperative sociali che gestiscono l’intero sistema: Casa del fanciullo, Eureka e Oltre.

Numeri che testimoniano “l’importanza e il duro lavoro” svolto da tali strutture sul territorio cittadino, come hanno sottolineato in modo concorde i relatori. Tuttavia “negli ultimi anni, è andato crescendo il processo di integrazione tra i centri educativi”- ha aggiunto il professor Triani- al fine di promuovere “una visione pedagogica comune’’ a fronte di esigenze emergenti e sempre più diffuse.

Multiculturalità, disagio sociale sommerso, crescita di utenti con disabilità media sono tutti indici problematici, che rendono necessari nuovi approcci relazionali, diversi servizi e soprattutto un coordinamento di progetto tra tutti coloro che interagiscono con i minori: famiglia, scuola, centri educativi, e servizi sanitario- assistenziali.

I centri educativi sono d’altronde “un insieme di persone” – ha fatto presente Elisabetta Ghiretti, in qualità di Dirigente della Scuola Secondaria di 1 grado Italo Calvino e del V Circolo didattico di Piacenza. Sono luoghi di sostegno economico e sociale per famiglie che lavorano o in difficoltà, ma, soprattutto, “comunità di operatori e ragazzi”, che gradualmente si formano. In queste strutture , oltre a svolgere compiti scolastici, i giovani imparano infatti a socializzare con i coetanei, a vivere esperienze insieme e a rispettare regole.

Nell’ultimo periodo i centri educativi stanno però sempre più assumendo un ruolo assistenziale e “riabilitativo”, a fronte di contesti famigliari fragili e disagi profondi, spesso non immediatamente visibili. Come fare quindi a preservarne la vocazione educativa originaria?

A rispondere in proposito è stata Maria Angela Torrente, professoressa di Diritto civile e penale all’Università Cattolica piacentina e giudice presso il Tribunale dei minori di Milano. “Saper ascoltare i ragazzi, creare relazioni adeguate è fondamentale ai fini di prevenire disagio sociale e devianza minorile”.

Luoghi di ascolto e accoglienza alternativi a scuole, famiglie e ai loro conflitti interni. Tasselli essenziali nella costruzione di rapporti, del senso d’identità e d’appartenenza: i centri educativi possono e devono fare la differenza per i giovani in un’epoca di “polverizzazione delle relazioni” come quella attuale.

Micaela Ghisoni

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