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Dall’umami in poi: studiare il giapponese attraverso la food culture

Chiunque abbia avuto la possibilità di visitare il Giappone si sarà accorto di come la cultura gastronomica del paese del Sol Levante abbia una portata che va ben oltre la semplice conoscenza del cibo. D’altronde questo è un aspetto che ha a che fare con un numero considerevole di culture orientali, sebbene quella giapponese rappresenti una vera e propria eccellenza in tal senso: non solo per la qualità e la varietà della sua offerta gastronomica, ma per come questa influenzi in maniera determinante molti aspetti della vita e della cultura del suo popolo.

Ad esempio la lingua stessa, il giapponese moderno, trova una sua sorprendente quanto esaustiva sintesi nella descrizione dei cibi. In particolare verbi e (soprattutto) aggettivi, quando entrano in contatto con la food culture locale definendone consuetudini lessicali e impieghi, assumono una valenza didattica che forse nessun insegnante di giapponese, neanche il più capace e preparato, è capace di sprigionare in maniera autonoma. Questo dipende in misura rilevante dal rapporto strettissimo che i nipponici intrattengono con l’atto del nutrirsi, da cui scaturisce l’obbligo di definirne ogni aspetto nella maniera più precisa e raffinata possibile. D’altronde, non ci si poteva aspettare meno di questo dal popolo che ha formattato il concetto di umami, il cosiddetto “quinto gusto” ormai entrato nel linguaggio comune di tutti gli appassionati di gastronomia.

Partire dal cibo per impadronirsi di una lingua – Dunque non è un’idea così campata in aria quella di partire da come il cibo viene descritto, per appropriarsi poco a poco delle sfumature più sfuggenti della lingua giapponese. Quelle sfumature che assicurano una maggiore ricchezza discorsiva e la capacità di emergere anche in conversazioni tra iniziati.

D’altro canto, ricordiamo che il cibo in Giappone è una cosa incredibilmente seria: non si tratta solo di assumere dei nutrienti, ma è un vero e proprio codice che scandisce vita e costumi di un’intera società. Qualcosa a metà tra una liturgia laica e una sorta di galateo, fatto di gesti, parole e piccoli accorgimenti quotidiani, come quello di consumare alcuni alimenti solo in determinati momenti della giornata o in specifici periodi dell’anno. Questo spiega anche come mai i cibi di scaturigine occidentale, che pure sono disponibili nella grande distribuzione del paese del Sol Levante, abbiano avuto un impatto tutto sommato contenuto sulle abitudini alimentari giapponesi.

Verbi e aggettivi – Nella lingua giapponese è essenziale attribuire un significato esatto ed estremamente preciso a tutti i verbi e gli aggettivi che definiscono una pietanza. Né gli uni né gli altri differiscono sensibilmente dai significati che gli idiomi occidentali attribuiscono alla loro traduzione letterale, tuttavia quelli giapponesi contemplano una varietà estremamente ridotta di interpretazioni: un aggettivo può indicare solo un orizzonte di gusto ben preciso, la cui area di interesse semantico è conosciuta e condivisa da tutti coloro che fanno uso del medesimo idioma. Per indicare qualcosa di anche solo minimamente diverso, si fa uso di un altro vocabolo (che noi occidentali tendiamo a tradurre nella stessa maniera del precedente).

Proprio per questo motivo, imparare a padroneggiare verbi e aggettivi giapponesi legati al cibo equivale a compiere un notevole salto evolutivo nella conoscenza e nella comprensione della lingua nel suo complesso. E di sicuro non esiste sistema più piacevole per intraprendere questo viaggio nella conoscenza di quello offerto dal ricchissimo bouquet gastronomico che il Giappone è in grado di servire sulle proprie (e un po’ anche nostre) tavole.

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